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Se il killer è un trans si censura la notizia

Com'è stata raccontata dalla stampa di sinistra la strage di Minneapolis: tutto torna
di Giovanni Sallusti venerdì 29 agosto 2025

3' di lettura

I giornali, i siti, il racconto mediatico di ieri costituiscono un caso preziosissimo di “esperimento cruciale”. Non per stabilire la verità di una teoria scientifica, come voleva Francis Bacon, ma per smascherare il doppiopesismo dell’ideologia contemporanea. Raffiguriamoci il seguente esempio. Minneapolis: un pazzoide machista con la bandana confederata in odor di suprematismo bianco entra in una scuola statale e spara a casaccio sui bambini. In un video pubblicato su YouTube il killer ostenta alcuni messaggi sui caricatori delle armi, tra cui “Uccidi Kamala Harris” e “I palestinesi devono morire”.

Ora, immaginiamoci il CU (Commento Unico) del TPC (Trombone Progressista Collettivo). Tragedia dell’odio negli States, la strage sovranista dei bambini, il frutto avvelenato del trumpismo, in America c’è il fascismo per le strade, non c’è più l’America. E poi speciali di profilazione sul criminale Maga, maratone televisive con inviati indignati dagli attici di Manhattan e professionisti dell’apocalisse antitrumpiana, Alan Friedman a reti unificate, articolesse in serie di Veltroni sull’onda nera delle destre assassine, #Trumpshooting che monopolizza la bolla social. L’unico elemento che corrisponde è il luogo, Minneapolis. L’assassino è il 23enne Robin Westman, transgender dichiarato (il nome originario era Robert) e attivista Lgbt. La scuola dove purtroppo due bambini di 8 e 10 anni sono stati falciati dalle pallottole (e 17 feriti) è un istituto cattolico. Le scritte sulle armi recitano “Uccidi Donald Trump” e “Israele deve morire”.

Tutti elementi primari di cronaca che non solo non danno vita ad alcuna costruzione narrativa (nessuno si sogna di parlare di strage Woke, anzi il giornalista Jack Tapper della Cnn ci tiene a precisare che l’attentatore deve essere identificato come “lei”, pura turba psico-linguistica di fronte ai bimbi morti), ma che addirittura vengono celati nei resoconti e sbianchiettati nei titoli. Corriere della Sera: “Strage in chiesa a Minneapolis. Uccisi due bambini, 17 feriti”. È una strage post-moderna, senza autore. Dal pezzo si capisce che si chiama Robin Westman, ma per leggere che “nel 2017 si sarebbe -sic- dichiarato transgender” bisogna arrivare alla riga 39.

Perde di poco la gara dell’insabbiamento La Stampa, che fa il nome del killer a riga 30, ma il quotidiano torinese vince in ortodossia politicamente corretta, definendolo “una giovane”. Anche Avvenire nel titolo vira verso l’auto-materializzazione dei proiettili: “Spari sui bimbi che pregavano, uccisi due scolari di 8 e 10 anni”. Nel sommario si apprende che “un 23enne, senza precedenti, vestito di nero con fucili e pistole, ha esploso tra i 50 e i 100 colpi mentre i piccoli partecipavano a una Messa”.

Nessun accenno all’ideologia arcobaleno dell’omicida e al suo possibile, non totalmente inverosimile, nesso con quell’“odio anti-cattolico” di cui parla l’Fbi (un tema che una breve sul giornale dei vescovi potrebbe persino meritarla). Una breve è invece la soluzione scelta dal Fatto Quotidiano: una manciata di righe e via, non è lo sparatore giusto, non è il dramma giusto. È lo strabismo Woke su una mattanza che pare l’esito perverso scavato dal fondamentalismo Woke in una mente malata. Noi non vogliamo indulgere nella generalizzazione, ma sono loro, quelli che politicizzano qualunque crimine di qualunque sbandato vendibile come reazionario, a de-politicizzare di colpo. In questo senso, sono tutti figli dell’ipocrisia del primo cittadino dem di Minneapolis, stanata da Rudolph Giuliani: «Il sindaco Jacob Frey ci sconsiglia di pregare dopo la terribile sparatoria in una chiesa cattolica, in cui sono morti 2 bambini. Si tratta dello stesso tizio che ha fatto una scenata mentre pregava sulla bara di George Floyd. Perché odiano Dio?». Non ci permettiamo di entrare nel rapporto tra i colleghi e Dio, certamente molti di loro odiano la logica, l’onestà intellettuale e le storie che non rientrano nei bigini ideologici di redazione.

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