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I parenti delle vittime "Noi orgogliosi dell’Italia"

Il racconto della zia di uno dei ragazzi deceduti: "Il Tricolore nella zona dedicata alle famiglie dei dispersi mi ha commosso. Tajani? Un padre..."
di Pietro Senaldi lunedì 5 gennaio 2026

4' di lettura

«Per favore, fai sapere che io non mi sono mai interessata di politica ma che non sono mai stata così orgogliosa di essere italiana. Quando ho visto il Tricolore, nel centro congressi Le Régent, dove si radunano le famiglie dei ragazzi dispersi in attesa di aver notizie dei figli, mi sono commossa».

Questa frase è uscita spontanea dalla bocca della zia di uno dei ragazzi che hanno trovato la morte a Le Constellation, rientrato nel momento sbagliato. Nel corso della telefonata, mi ha ripetuto questa riflessione altre due, tre volte, fino a farla diventare una richiesta. La vittima era il suo unico nipote, e quindi anche il solo figlio della sorella. Conosco lei, la madre, e anche il padre, da quando tutti avevamo molto meno di sedici anni. Conosco perfino i quattro nonni, che oggi hanno 70-80 anni in più di quel ragazzo che dall’inizio del 2026 è con loro solo nello spirito e nei ricordi, il centro degli affetti di così tante persone. Scrivo perché è l’unica cosa che posso fare adesso per le mie amiche, che sono due donne molto forti e alle quali non mi sono mai sentito così vicino. Mamma e papà fino alla telefonata che gli ha comunicato la tremenda notizia, dopo non so, non sono più rientrati a casa. Hanno passato novanta ore in quella sorta di accampamento di disperazione allestito per i famigliari. L’unico conforto è stato la constatazione di non essere mai stati abbandonati un minuto dal nostro Paese, che è stato capace di farli sentire in Italia quando in realtà erano in una Svizzera fredda e lontana. Sono stati accompagnati passo dopo passo in questo percorso di dolore appena iniziato. «Antonio Tajani, un papà», mi dice la mia amica, chiedendomi di farlo sapere a tutti. «È arrivato a Crans quando ancora noi avevamo un filo di speranza, rifiutavamo di arrenderci al destino, e ha subito dato il numero del suo telefonino a mia sorella, perché potesse avere il canale d’informazione più diretto». Umano, vicino, ma anche efficientissimo, il ministro degli Esteri si è riscoperto giornalista: era lui in persona a fornire i numeri utili ai famigliari in ansia, a comunicare le notizie necessarie, con un tatto che la nostra professione conosce solo ad altissimi livelli. La capacità di reazione e l’operato delle autorità chiamate a gestire il dopo tragedia sono state inappuntabili; al punto che perfino questa opposizione, che pur di attaccare la maggioranza arriva a difendere il dittatore venezuelano Maduro, per una volta non ha avuto nulla da eccepire. Certo, «bravo» a un esponente di questo governo non si può dire; si rischia di perdere l’onore o il consenso di qualche tipaccio da centro sociale, però il silenzio dei critici a gettone è una medaglia. L’Italia non ha dimostrato solo un’eccellenza sanitaria nel curare i propri feriti, e anche quelli degli altri, ai quali abbiamo aperto le porte sopperendo per quanto possibile alle inadeguatezze svizzere. Certo, c’è la squadra messa insieme dall’assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, che gira gli ospedali svizzeri dove sono ricoverati i sopravvissuti, per ora, al rogo de Le Constellation. Un esperto di grandi ustioni, uno di rianimazione, uno psicologo e un infermiere per valutare chi potesse reggere il trasferimento nell’ospedale milanese di Niguarda, specializzato, tra le altre cose, nel curare chi sopravvive a un incendio. Ma c’è anche una squadra di psicologi che assiste le famiglie in attesa di conoscere il destino dei loro figli e quelle che ne hanno appreso il decesso dopo giorni di angoscia.

Parlano, confortano, fanno bere e mangiare, somministrano sonniferi e tranquillanti. Passano al massimo venti minuti tra un’offerta d’aiuto e l’altra. Certo, è una consolazione minima per chi soffre la perdita di un figlio, o lo sa in coma farmacologico, appeso tra la vita e la morte, ma non è una consolazione che lascia il tempo che trova. Quando il gelo e il dolore ti atterriscono, ci si aggrappa a tutto. E queste incessanti e discrete carezze che le autorità italiane sono state capaci di dare ai genitori in lutto, le facce e le parole di chi è salito a Crans per aiutare e testimoniare l’Italia agli italiani che soffrono, resteranno come un tiepido sollievo. Insieme a una compostezza e a un dolore che sono stati nazionali e generali, quindi unificanti, come non accadeva da tempo. Questo non era scontato ed è dovuto a chi è andato in Svizzera ad aiutare e rappresentarci. A queste persone va il grazie non solo delle mie amiche, ma anche mio e, spero, di tutti.

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