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Se in Iran viene repressa anche la musica

L’avvento del regime di Ruhollah Khomeini segnò la trasformazione radicale del rapporto tra potere e musica. L’arte dei suoni venne bollata come corruttrice, satanica, pericolosa
di Enrico Stinchelli lunedì 12 gennaio 2026

3' di lettura

C’è un modo particolarmente rivelatore per capire che cosa sia diventato l’Iran dopo il 1979: osservare che fine abbia fatto la musica, non come ornamento o passatempo, ma come vero termometro politico e culturale. Perché poche arti, come la musica, raccontano con tanta precisione il rapporto di un potere con il corpo, con la libertà, con l’emozione e con la voce. Prima della rivoluzione islamica, l’Iran non era affatto quel “deserto culturale” che l’Occidente tende a immaginare retroattivamente. Al contrario: sotto lo Shah Mohammad Reza Pahlavi, la Persia visse una stagione di apertura internazionale senza precedenti, anche- e soprattutto- sul piano musicale. A Teheran esisteva una vita concertistica intensa, un teatro d’opera moderno (la Roudaki Hall, inaugurata nel 1967), festival, scambi continui con l’Europa. La musica non era tollerata: era considerata parte integrante del progetto culturale del Paese. Non si trattava solo di una politica di facciata. Pahlavi amava profondamente la musica e la considerava un elemento centrale dell’identità persiana, che affonda le radici in una tradizione millenaria: dalla musica colta sasanide alla poesia cantata, fino alla raffinata teoria modale persiana.

A illuminare concretamente quella stagione contribuisce una testimonianza diretta, preziosa. Luciana Serra, uno dei grandi soprani di coloratura del Novecento, visse e lavorò in Iran per diversi anni, tra il 1969 e il 1976. Un periodo che ricorda come un tempo quasi irreale per intensità culturale e qualità artistica. «Il teatro di Teheran - racconta era come vivere dentro Le Mille e una notte. Un luogo magnifico, con un pubblico preparatissimo e molto esigente». Arrivata giovanissima al seguito del suo maestro di canto Michele Casato, la Serra trovò un ambiente musicale di altissimo livello. Quel teatro era considerato, senza esagerazioni, la Scala del Medio Oriente. Proprio lì affrontò ruoli decisivi per la sua formazione - Lucia di Lammermoor, L’elisir d’amore, Don Pasquale - vivendo un tirocinio professionale che pochi giovani cantanti potevano permettersi altrove. Colpisce, nel suo racconto, il confronto implicito con l’Italia di quegli anni. «In Iran - dice la Serra esistevano già corsi universitari strutturati di musicologia, con docenti di alto profilo internazionale, in un momento in cui nel nostro Paese tali percorsi erano ancora marginali o inesistenti». La musica non era considerata un lusso elitario, ma un bene culturale strategico. Anche la corte imperiale partecipava direttamente a questa vitalità.

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Lo Shah seguiva con autentico interesse l’attività musicale, e l’imperatrice Farah Diba assisteva alle rappresentazioni di Rossini e Donizetti con entusiasmo sincero. Il clima era sorprendentemente informale: scambi umani, curiosità reciproca, persino momenti di quotidianità condivisa, lontanissimi dagli stereotipi oggi associati all’Iran. Poi, gradualmente, qualcosa iniziò a cambiare. Verso la metà degli anni Settanta l’atmosfera si fece più tesa. Gli stranieri- i farangi- cominciarono a essere guardati con sospetto. Senza clamore, ma con crescente evidenza, il clima di apertura lasciò spazio a una diffidenza che consigliò a molti artisti di rientrare in Europa prima che la situazione precipitasse definitivamente. Con la rivoluzione del 1979 la frattura divenne totale. L’avvento del regime di Ruhollah Khomeini, e successivamente dell’attuale guida suprema Ali Khamenei, segnò la trasformazione radicale del rapporto tra potere e musica. L’arte dei suoni venne bollata come corruttrice, satanica, pericolosa. Le voci femminili divennero un problema teologico. Il canto solistico fu guardato con sospetto. L’Opera, semplicemente, scomparve. Non si trattò solo di censura, ma di antropologia del potere. I regimi teocratici temono la musica perché la musica non obbedisce. Non predica, non disciplina, non si lascia ridurre a slogan. Vibra, seduce, attraversa i corpi. Per questo viene repressa, regolata, umiliata. Ciò che era naturale- cantare, suonare, ascoltare - diventa peccato. Il paradosso, talvolta grottesco, è quello di un potere che pretende di governare l’anima e finisce per temere una scala musicale o un’aria di Mozart. Il contrasto resta abissale: da un Iran che formava cantanti e invitava i grandi interpreti occidentali, a un Paese in cui la musica sopravvive spesso nell’ombra, nel clandestino, nel compromesso. Raccontare questa storia non significa indulgere nella nostalgia, ma comprendere che cosa è stato tolto, e perché. Perché quando un regime ha paura della musica, non ha paura di un suono. Ha paura della libertà che quel suono porta con sé.

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