Tutto il mondo è paese. Anche in Svizzera i primi a pagare sono le ultime ruote del carro. Il Comune di Crans Montana ha licenziato l’addetto alla comunicazione, Thierry Meyer. Naturalmente l’uomo non ha colpe nel rogo de Le Constellation. È però il perfetto capro espiatorio per la sola malefatta al momento acclarata del sindaco, Nicolàs Féraud: la sciagurata conferenza stampa in cui il primo cittadino non si era neppure scusato con le vittime della strage. Meyer non gli aveva consigliato di farlo, o lo aveva consigliato e non è stato ascoltato. Sta di fatto che, dopo l’infelice dichiarazione in cui il sindaco si era dichiarato parte lesa, da tutta Europa si erano levate voci che gli chiedevano di dimettersi. Invece per ora lui resta, l’addetto stampa fa le valigie.
Che succede in Svizzera, o nel Vallese, cantone del massacro, giusto per non fare di tutta una Confederazione un fascio? Stanno cominciando a chiederselo anche a Zurigo, Berna, Losanna e dintorni. «Lo scetticismo dell’Italia è giustificato», titola l’Nzz, forse il più importante quotidiano elvetico, in merito alle iniziative giudiziarie prese dal nostro Paese e agli attacchi che sono arrivati alla magistratura vallese. «Mano sul cuore. Cosa possono augurarsi in un caso del genere le vittime e i loro famigliari? Che il proprio Stato faccia tutto il possibile per tutelare i loro interessi: è esattamente quello che sta facendo ora l’Italia». Vietato fare “wegzubugeln”, ovverosia passare sopra alle lamentele tricolori, è il consiglio della stampa elvetica, che definisce «dilettantesco» il comportamento della Procura di Sion nei primi giorni successivi alla strage, e paventa che «ci siano cose ancora più spiacevoli da rilevare» rispetto a quelle uscite finora.
Il fatto che non sia ancora chiaro se ci siano indagati per i mancati controlli del Comune sulla sicurezza de Le Constellation, l’arresto di Jacques Moretti solo nove giorni dopo il rogo, il trattamento differente di marito e moglie da parte dei giudici, il fatto che due avvocati consigliati dalla Procura ai parenti delle vittime siedano nella Commissione di vigilanza della stessa Procura: nutrito è l’elenco dei segnali allarmanti che legittimano le preoccupazioni degli italiani. Ma anche i legali svizzeri sono alquanto perplessi sull’operato dei pm. Già da una settimana Miriam Mazou, avvocato di Losanna che rappresenta i parenti di una vittima, ha presentato una richiesta di ricusazione di tutto l’ufficio inquirente di Sion, sostenendo che «la gestione dell’inchiesta ha compromesso la fiducia delle famiglie». In effetti è innegabile che le indagini siano iniziate in ritardo e in modo poco incisivo. Sono andate avanti inoltre in maniera lenta, con alcune importanti perquisizioni seguite solo giorni dopo la tragedia e conseguente rischio di inquinamento delle prove e senza che le parti civili fossero ammesse ad assistere alle audizioni.
Un primo effetto della protesta è stato il fatto che la procuratrice Beatrice Pilloud ha revocato l’inchiesta a Marie Gretillat, il pm che aveva sbarrato la porta dell’istruttoria agli avvocati, alle cui proteste è stato risposto che «potranno chiedere la ripetizione degli atti investigativi al termine delle indagini». È però impossibile, stante la legge svizzera, che la Procura di Sion sia commissariata dalla Procura Federale, giacché il sistema dei cantoni conferisce piena autonomia a ogni magistratura locale. Sarà solo l’autorità del Vallese, quindi, che potrà intervenire sollevando il team di Pilloud e nominando un commissario speciale per la strage di Crans.
Una mossa che sarebbe molto popolare, ma che delegittimerebbe del tutto la Procura e il lavoro finora svolto. Una decisione del genere potrebbe essere presa solo in seguito a una pressione internazionale potentissima, della quale la Confederazione potrebbe farsi discreto interprete. Non è un’ipotesi da escludere, visto che Berna sembra l’unica istituzione ad avere capito la gravità della situazione, come dimostra il fatto che il governo ha incaricato il Parlamento di preparare una legge che risarcisca interamente tutte le vittime.
In questo quadro sconfortante si muovono l’Italia, che si costituirà parte civile e ha chiesto di farlo anche all’Unione Europea, e gli avvocati delle nostre vittime, che lavoreranno in maniera coordinata. I nostre legali tuttavia saranno costretti ad appoggiarsi a colleghi svizzeri in quanto, siccome Berna non fa parte dell’Unione europea, non sono abilitati a patrocinare nel Vallese.
A questo punto sta alla discussa Procura di Sion stabilire se accogliere le richieste italiane di costituzione di parte civile, che è un escamotage per entrare nel processo, e di poter accedere subito agli atti di indagine. Se le domande saranno rifiutate, «la pressione aumenterà e la Svizzera farebbe bene a prepararsi», conclude Nzz.