Gli Stati Uniti stanno offrendo una carota diplomatica all’Iran mentre il bastone, la portaerei USS Abraham Lincoln e il suo gruppo da attacco, continua a fare rotta verso la regione.
Fra giovedì e venerdì l’opzione di un attacco americano contro gli ayatollah massacratori di manifestanti è passata in secondo piano. Il nuovo atteggiamento di Donald Trump, che pure aveva promesso sostegno ai manifestanti contro il regime teocratico, è dovuto sia alla sua nota volatilità sia a valutazioni pragmatiche. Pur mostrando segni di difficoltà, il regime di Teheran appare ancora capace di mantenere il controllo del Paese. Secondo l’Institute for the Study of War (ISW), vi sono indizi di crisi quali: diserzioni, benché limitate, tra le forze di sicurezza, l’aumento delle vittime tra gli apparati repressivi e il ricorso a milizie straniere. Inoltre, la presenza di funzionari cinesi, russi e nordcoreani suggerirebbe una ricerca di supporto esterno per la repressione.
Altri segnali includono la fuga di capitali, l’estensione delle proteste nelle zone di confine e gli attacchi a strutture chiave e simboli del potere. Tuttavia, sottolinea l’Isw, il regime ha reagito con un livello di forza e letalità molto superiori rispetto al passato – indicativo del timore di perdere il controllo della situazione – riuscendo così a imporsi.
A convincere gli americani che attaccare oggi non è una buona idea avrebbe contribuito anche il capo del Mossad, David Barnea, arrivato negli Usa dopo una telefonata fra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Lo Stato ebraico, impegnato per primo a ricostituire le proprie difese dopo oltre due annidi guerra su sette fronti, non considererebbe gli Usa «sufficientemente forti» da destabilizzare in modo significativo il regime. Ma Barnea vuole anche confrontarsi con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, alfiere di un’offensiva diplomatica rivolta a Teheran dopo aver ricevuto luce verde dallo stesso Trump. «Apprezziamo moltissimo il fatto che tutte le impiccagioni programmate, 800, siano state cancellate dalla leadership dell’Iran», ha scritto Trump sul social Truth mentre Witkoff, rivolto all'Israel American Council in Florida, ha elencato le quattro questioni che un possibile accordo diplomatico con l’Iran dovrebbe affrontare: l’arricchimento nucleare; la riduzione dell’arsenale missilistico; l'effettivo materiale nucleare in mano a Teheran; e la questione dei proxy (da Hezbollah, a Hamas, agli Houthi) sostenuti dal regime.
«Se gli iraniani vogliono fare ritorno nella comunità internazionale, possiamo risolvere questi quattro problemi in modo diplomatico”, ha avvertito Witkoff lodando come «incredibilmente coraggiosi» i manifestanti scesi in piazza per protestare contro il regime. «Siamo al vostro fianco». Sì, dunque, a un accordo nella speranza che un regime oggi più debole si disponga a concessioni escluse in passato. E d’altronde sarebbe stato lo stesso ministro degli Esteri dell’Iran, Abbas Aragchi, ad aver “agganciato” Witkoff in queste ore dietro le quinte.
La faccia pubblica dell’Iran resta però quella di un’autocrazia sanguinaria e paranoica. Durante la preghiera del venerdì ritrasmessa in tv, il religioso Ahmad Khatami, vicinissimo alla Guida Suprema Ali Khamenei, ha chiesto la pena di morte per i manifestanti «maggiordomi di Netanyahu e soldati di Trump». I leader americano e israeliano «avevano immaginato di disintegrare il Paese» e devono aspettarsi «una dura vendetta». Khatami ha anche fornito le prime stime dei danni causati dalle manifestazioni a 350 moschee, 126 sale di preghiera e altri 20 luoghi sacri.
Ha aggiunto inoltre che sono state danneggiate anche altre 80 case dei leader della preghiera del venerdì, una posizione di rilievo all'interno della teocrazia iraniana. Quindi ha lanciato un appello per l'arresto di «individui che sostengono in qualsiasi modo i rivoltosi».
Ci lavorano gli apparati di sicurezza che setacciano gli ospedali e interrogano le famiglie per non lasciare a piede libero alcun manifestante. Scemata a causa del pugno di ferro, la protesta non è però evaporata con dimostrazioni e scontri «continuati a Teheran e in molte altre città», secondo il Consiglio della resistenza nazionale iraniana (Ncri). Tra mercoledì e giovedì notte si sono verificati scontri tra giovani ribelli e forze del regime in diverse città iraniane. A Teheran ci sono state proteste e un incendio di un deposito di munizioni dei Basij. A Rafsanjan e in altre città (Kermanshah, Islamabad-e Gharb, Ilam) si sono registrati scontri “mordi e fuggi” e incendi di edifici statali.
A Khorramabad il regime ha reagito schierando carri armati per proteggere le strutture governative. Scontri sono stati registrati anche a Isfahan, a Gonbad-e Kavus, Khoy, Langarud, Mashhad e Kahrizak. Una cattiva notizia per i rivoltosi: il governo ha intenzione di tenere “spento” l’Internet nel Paese almeno fino a Nowruz, il Capodanno persiano che cade intorno al 20 marzo.