C’è una frase di Marshall McLuhan, il più celebre studioso contemporaneo del sistema dei media, che aiuta a capire che cosa sono guerra e politica in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale: «La televisione porta la brutalità della guerra nel comfort del salotto. Il Vietnam è stato perduto nei salotti (...) d’America, non sui campi di battaglia del Vietnam».
C’è una generazione di giovani occidentali di fine anni Sessanta che ha ancora negli occhi la bambina in fiamme che scappava da un bombardamento al napalm del villaggio di Trang Bang. Dopo qualche anno, però, tra il 1978 e gli inizi degli anni Ottanta, questa stessa generazione dovette fare i conti con le foto del “boat people” cioè del popolo delle barche che fuggiva dal Vietnam “liberato” e con quelle dei campi di sterminio con cui gli “antimperialisti” cambogiani di Pol Pot trattavano il proprio popolo.
Essenziale fu per tanti giovani di quell’epoca il peso delle immagini sia per inseguire una irrealistica rivoluzione sia per assumere successivamente una ben più concreta coscienza dello stato delle cose del mondo. Peraltro con anche una non trascurabile minoranza di loro che per non fare i conti con se stessi, si rifugiò nel terrorismo.
Anche ai giorni nostri alcune immagini della guerra tra Hamas e Israele, talvolta manipolale da terroristi islamisti o da al Jazeera ma al fondo testimonianza delle crudeltà inevitabili di una guerra, ha scosso i ragazzi della cosiddetta generazione Z, in questi mesi massicciamente mobilitati nelle università, nelle scuole e nelle strade.
La generazione del Sessantotto fu quella dei baby boomer, del balzo delle nascite seguito alla Seconda guerra mondiale. Cresciuti in un mondo in grande sviluppo questi giovani, alla ricerca di senso e di spazio in una società affollata da tanti nuovi nati, intrecciarono istanze di modernizzazione a spinte nichilistiche negatrici della realtà cercando astratti modelli (una tradizione molto francese, si considerino i rapporti tra Michel de Montaigne e la Persia, Denis Diderot e la Russia, François-Marie Arouet detto Voltarie e la Cina) in Oriente, nella rivoluzione culturale maoista, nella lotta vietnamita agli Stati Uniti.
La generazione mobilitata per Gaza è quella “Z” espressione invece di un declino innanzi tutto demografico dell’Occidente che genera un’inquietudine più disperata che ricca di sogni utopistici, più propensa a proteste rabbiose che a scelte “rivoluzionarie”. Un’altra caratteristica di questa generazione Z rispetto a quella dei baby boomer, è che una certa potente disillusione è arrivata non dopo qualche anno, ma dopo pochi mesi: le foto di migliaia di ragazze e studenti iraniani macellati dagli sgherri degli ayatollah, con i loro cadaveri messi in grigi sacchi di plastica pronti a essere venduti ai genitori per 5000 dollari, non possono non avere lo stesso effetto di disinganno che ebbero le immagini che abbiamo evocato dei profughi scappati dall’Indocina e persi nel mare, o le pile di teschi ammucchiate dai Khmer rossi di Pol Pot.
E, di fatto, in pochi giorni le manifestazioni dei ProPal sono passate dal raccogliere decina di migliaia di studenti, a cortei con qualche centinaio di persone. È un momento importante sia per chi è convinto che oggi serva una sinistra riformista sia per chi pensa che anche tra i ragazzi possa vivere un movimento liberale e insieme conservatore nei valori: quando cade il velo delle emozioni, spesso si apre uno spazio per la riflessione razionale che, come dopo un dopo sbornia, spinge, nonostante magari un qualche mal di testa, a fare i conti con il reale.
Ed è un tempo, innanzi tutto per i “bravi maestri” tipo quelli che sono stati cacciati in molte università perché non in sintonia con il nuovo movimento, in più di un caso discriminati, anche sedi sinistra, solo perché ebrei. È un tempo in cui bravi maestri possono aiutare a fare i conti con se stessi pure quegli accademici che hanno ceduto al vento dell’antisemitismo. Dopo il brutto vento nichilistica che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, una solida seminagione di razionalità può aiutare a preparare buoni raccolti per il futuro dell’Italia.