Gaza, Board of Peace e Piano Marshall: il parallelo tra la situazione attuale della Striscia e l’intervento post Secondo conflitto mondiale si basa su similitudini storiche e una base legale fornita dallo Statuto Onu. Del resto, ripristino infrastrutturale, rilancio sociale, contenimento politico e governance internazionale sono comuni denominatori, ieri come oggi. Chi come Angelo Bonelli ha definito con sprezzo il Board of Peace «un consiglio di amministrazione» ne ha involontariamente colto l’essenza, seppure inquadrandolo con la consueta risibile e insipiente diminutio. La prima informativa su quello che diventerà il Piano Marshall arriva in Italia alle 8.35 del 9 febbraio 1947, il giorno prima della sofferta firma a Parigi del Trattato di pace. L’ambasciatore a Washington Alberto Tarchiani aveva inviato un telespresso al ministro degli esteri Carlo Sforza: «Segretario Stato (George C.) Marshall ha informato in comunicazione diretta presidente Senato (Arthur) Vandenberg imminente presentazione Congresso vari progetti legge primo dei quali con precedenza assoluta è proposta stanziamento per assistenza finanziaria alcuni Paesi (...). Stampa commenta favorevolmente. Editoriale Washington Post afferma che aiuti verranno limitati Italia, Austria e Grecia e rileva che per quanto concerne Italia ogni meschineria nel dare assistenza a Paese così necessario a politica americana in difesa libertà Europa equivarrebbe ad abdicazione su piano politico».
Al generale Marshall è stato affidato dal presidente Truman il compito di coordinare una gigantesca impresa di assistenza economica di ricostruzione dell’Europa devastata dalla guerra. Ma gli americani non hanno combattuto per consegnarla a Stalin che se ne è già presa un’ampia fetta lì dove è arrivata l’Armata Rossa. Nella prima fase anche l’Urss e le nazioni centro-orientali avrebbero dovuto essere coinvolte, ma sempre nel 1947 il commissario agli Esteri Vjaceslav Molotov (che con Joachim Ribbentrop nel 1939 si era spartito mezza Europa) aveva rifiutato l’aiuto americano e imposto ai satelliti di fare altrettanto. L’European Recovery Program, questo il vero nome del Piano Marshall, sarebbe stato annunciato ufficialmente solo il 5 giugno 1947 ad Harvard e firmato dal presidente Truman il 3 aprile 1948. Per Winston Churchill era «l’atto più disinteressato della storia», nella consapevolezza che l’Europa non avrebbe avuto da sola la forza di rialzarsi. L’inverno ’46-47 era stato funestato da cattivi raccolti in Francia e Germania, e da una crisi alimentare in Inghilterra.
Quanto all’Italia, il suo cuore produttivo, nel triangolo industriale del nord, boccheggiava. Con questo quadro e con questi ritmi il sistema economico andava verso il crac. Gli Usa si mossero su più livelli: finanziario e politico internazionale (con la creazione di organismi quali l’Onu e il Fondo monetario). Marshall applicò la complessa logistica militare al piano, con la geniale finalità di non aiutare semplicemente i singoli Paesi ma di risollevare l’intera Europa, come aveva detto nel suo discorso ad Harvard, con l’obiettivo di pervenire a «condizioni economiche sane e normali nel mondo, senza le quali non possono essere assicurati né la stabilità politica né la pace. Il programma dovrà essere un programma comune». Aveva pure precisato che i governi che avessero operato per ostacolare la ricostruzione in altre nazioni, sarebbero stati esclusi dagli aiuti. Con questo aveva tirato dentro anche la Germania. Non fu semplice convincere il Congresso a impegnare la stratosferica cifra di 19 miliardi di dollari, il 15% del bilancio federale, eppure la lungimirante prospettiva di Marshall sarà comprovata dal colpo di stato in Cecoslovacchia che portò nel 1948 i comunisti al potere spingendo i senatori americani a rivotare ogni anno il finanziamento a 17 Paesi beneficiari, che alla fine avrebbe dirottato 3,3 miliardi alla Gran Bretagna, 2,3 alla Germania occidentale e 1,2 all’Italia repubblicana. Lì dove il Partito comunista più forte d’Europa, subordinato a Mosca, era ideologicamente avverso. Invece fu davvero un piano di risurrezione e di premessa del grande boom economico. La direzione era del governo Usa in coordinamento con enti finanziari quali la Import-Export Bank e la Bank of America (nata Bank of Italy) di Amedeo Giannini, e in Italia dell’Imi e di banche locali. Nel 1953 Marshall sarà insignito del Premio Nobel per la pace.