Alcune prese di posizioni di Donald Trump unilaterali e poco diplomatiche verso Stati storicamente alleati, hanno spinto personalità occidentali autorevoli come Mark Carney e Mario Draghi a proporre analoghe analisi e scelte politiche critiche delle mosse di Washington.
I due ritengono che si sia interrotto l’impegno a cercare un assetto liberale nelle relazioni internazionali, e che si sia dato troppo spazio ai rapporti di forza anche nelle relazioni tra alleati. Carney suggerisce intese tra medie potenze per contenere sia gli americani sia i cinesi; Draghi indica come principale soluzione per i problemi in campo quella di costruire nell’Unione europea intese su singoli argomenti, pragmatiche ma con una logica federale: tra tutti “i membri” dell’Unione quando possibile, o quando necessario anche con gruppi di Stati. Al fondo consigli ragionevoli per affrontare nell’immediato una situazione in sé preoccupante.
Qualcosa però nella riflessione più generale dei due ex banchieri centrali non convince: così una certa descrizione dell’affermarsi di un ordine globale liberale bruscamente interrotta essenzialmente dalla nuova amministrazione americana. In Carney questa considerazione è attenuata da un ironico riferimento alla Cecoslovacchia (dei tempi in cui era in orbita sovietica) quando alcune posizioni si assumevano non perché ci si credesse ma per non esasperare le tensioni. Anche Draghi non usa toni enfatici per descrivere l’integrazione europea però ritiene che in questi mesi con la gestione scomposta di Washington della questione Groenlandia, si sia determinata una netta rottura dei rapporti Usa-Ue rispetto alla fase precedente il 2025.
Certamente alcune dichiarazioni inopportune della Casa Bianca hanno creato tensioni di tipo nuovo tra gli alleati, ma la crisi di un ordine mondiale liberale è determinata da fattori ben più rilevanti delle parole del presidente americano in carica. In realtà il tentativo di creare un mondo governato dal diritto decolla seriamente solo dopo lo scioglimento dell’Unione sovietica e la fine della guerra fredda. Prima le regole concrete della convivenza planetaria erano definite dai risultati della Seconda guerra mondiale e della Conferenza di Yalta. Gli organismi internazionali avevano una loro funzione, spesso preziosa, ma circoscritta dalle intese tra le grandi potenze, decise nel 1945. E solo all’inizio degli anni Novanta che si cerca di costruire un articolato sistema planetario di regole fondate sul diritto e questo avviene perché la Russia, sia pur sbandata, conviene con questa scelta, e Deng Xiaoping cerca un accordo globale con Stati Uniti e Occidente.
Il tentativo di un ordine globale liberale subisce però un primo decisivo colpo con gli attentati alle Torridi Manhattan del 2001 che rivelano come dall’Afghanistan all’Iran, dal Medio oriente al Nord Africa la fine della Guerra fredda abbia rilanciato un movimento jihadista islamico di portata globale. Poi la “rottura” dell’ordine mondiale diventa più grave nel 2003, quando di fronte all’esigenza americana di rispondere, in modo forse inadeguatamente meditato ma sicuramente necessario, alla sfida jihadista, viene invaso l’Irak per eliminare uno dei principali fattori della disgregazione della sicurezza internazionale. In quella occasione la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schroeder prendono le distanze da Washington e cercano di costruire rapporti speciali con Pechino e Mosca, che, sorpresi dalle divisioni occidentali, in qualche modo prendono atto dell’offerta.
La seconda grave crisi del tentativo di costruire un “ordine mondiale liberale” nasce tra la crisi finanziaria del 2008 e quella da debito sovrano del 2011, quando Xi Jingping si libera dei “denghisti” e decide di costruire un sistema cinese immune dalle “crisi capitalistiche”. Così va in fumo l’accordo di Deng Xiaoping con Bill Clinton, premessa all’entrata di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio grazie alla sua rinuncia a cercare posizioni egemonistiche sulle scene internazionali.
La terza crisi del tentativo liberalglobalista avviene nel 2013 quando Barack Obama infastidito dai rapporti speciali tra Angela Merkel, energia russa e import-export cinese, cerca in qualche modo di destabilizzare Mosca che risponde invadendo la Crimea senza alcuna vera reazione occidentale, aprendo così la via all’invasione dell’Ucraina del 2022.
In questo contesto i ruderi dell’ordine mondiale liberale cioè le organizzazioni sovranazionali restano ancora spesso in piedi e mantengono talvolta una funzione relativamente positiva ma non hanno più tutta la base politica necessaria per legittimare a pieno titolo il loro ruolo. Per giudicare le iniziative di Trump va tenuto presente questo quadro, prendendo pure contromisure pragmatiche se Washington sbanda troppo, ma avendo coscienza del quadro internazionale in cui si opera. Ricordandosi come sapienza giuridica e finanziaria siano indispensabili, ma se ignorano la “storia”, possano preparare esiti catastrofici.