La fine dell’Onu sta in un’acclamazione, entusiasta e generalizzata com’è tipico di ogni consesso umano che abbia abdicato alla ragione. È l’applauso acefalo e amorale con cui la Commissione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sociale ha nominato quale proprio vicepresidente il regime degli ayatollah iraniani. Quello che mitraglia indiscriminatamente i propri civili, dà loro la caccia negli ospedali per finirli, sfracella il cranio alle donne che si ribellano al velo e impicca pubblicamente gli omosessuali. Tra gli obiettivi della Commissione figurano «la promozione della democrazia, l’uguaglianza di genere, la garanzia della tolleranza e della non violenza». Pare un caso estremo di humor nero, qualcosa in bilico tra il surrealismo di André Breton e la distopia di George Orwell, è la realtà quotidiana della (fu) organizzazione internazionale più importante del globo. Il Preambolo dello Statuto Fondativo, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, impegnava le nazioni contraenti a «riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne».
Prendete questi principi altisonanti, e confrontateli con l’analisi fattuale svolta dal Segretario di Stato americano Marco Rubio alla Conferenza di Monaco: «Le Nazioni Unite non hanno risolto la guerra a Gaza, non hanno risolto la guerra in Ucraina, sono state impotenti nel limitare il programma nucleare dei religiosi sciiti radicali a Teheran, non sono state in grado di affrontare la minaccia rappresentata dal dittatore anarco-terrorista in Venezuela». Un elenco di atti mancati e fallimenti impressionante, che stanala contraddizione nel manico della (troppo) vetusta associazione: la contraddizione insanabile tra la retorica fondativa tutta imperniata sul presidio dei “diritti umani” e la prassi della governance tutta impostata sul relativismo culturale e l’equivalenza delle civiltà, sui cui è attecchito negli anni un sempre più marcato risentimento contro l’Occidente, via via che l’alfabeto della burocrazia onusiana si nutriva di anti-colonialismo, terzomondismo, wokismo esasperato. Peccato che lo “ius” sia una creatura tipicamente occidentale, che i diritti umani non si rintraccino egualmente in tutte le civiltà, come del resto è dimostrato plasticamente dal fatto che esista una Dichiarazione islamica dei diritti umani alternativa a quella (non) universale del 1948, la cui sintesi è un ossimoro che tutti fingono di non vedere: le libertà valgono solo all’interno della sharia. Siamo davvero all’orwelliano “la libertà è schiavitù”, è il capovolgimento con sberleffo delle nobili intenzioni datate 1945.
Del resto, pochi giorni fa il Segretario generale Antonio Guterres (già autore della sentenza «il 7 ottobre non è arrivato dal nulla», diciamo un Sinwar più imborghesito) ha preso carta e penna e scritto una lettera al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, esprimendo il suo augurio e le sue felicitazioni per l’anniversario della Rivoluzione Islamica. Quella che, appunto, mica ha soppresso i diritti umani, si è limitata a sussumerli sotto la sharia. Facendo tra l’altro 30mila morti in un paio di giorni, e meritandosi quindi di guidare lo Sviluppo Sociale globale. La luce della ragione al Palazzo di Vetro è svanita da tempo, quando l’ultimo spegnerà la luce fisica sarà sempre troppo tardi.