In finale era il segreto di Pulcinella. La Cina non si sta riarmando ma armando. E non parliamo soltanto di armi convenzionali, bensì di testate atomiche. Il New York Times ha pubblicato foto satellitari che dimostrano come il suo arsenale nucleare sulle montagne del Gansu si stia riempiendo. Basta un confronto con cinque anni fa. Nuove torri ed infrastrutture alte quasi 120 metri. Altri silos dedicati ad ospitare sottoterra missili balistici e capaci di trasportare testate atomiche. Dimenticavo: «Intercontinentali». Si comprendono ora le inquietudini della Casa Bianca nel voler testardamente acquisire il controllo della Groenlandia; terra i cui cieli regalerebbero alla Cina una comoda traiettoria nel caso di un ipotetico attacco nucleare. Ma perché il rischio rimanga appunto teorico occorre inevitabilmente tornare alla produzione di armi nucleari ed alla deterrenza. E si comprende anche la fissazione della Casa Bianca per il cosiddetto Sud Globale.
Il Brics allargato ad undici Paesi (con dentro anche Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Indonesia) finirebbe per comprendere al suo interno secondo l’esperto Gianclaudio Torlizzi l’87% della popolazione mondiale, il 76% della produzione petrolifera e soprattutto il 46% delle armi nucleari in circolazione. La nuova dottrina militare americana presuppone pertanto il recupero di un rapporto stabile con la Russia in funzione anticinese. Più facile a dirsi che a farsi, certo. Ma è questo che spiega il desiderio di porre fine alla guerra in Ucraina. Volontà che molti media nostrani con un bel po’ di cialtronesca sciatteria scambiano come innamoramento di Trump verso Putin. Per cercare di minimizzare la portata mediatica dello scoop del Nyt, Pechino ha inondato molti siti web con comunicati e numeri semplicemente impossibili da riassumere.
Ma la cui sostanza è questa: stiamo investendo sul nucleare perché abbiamo bisogno di energia. Tutte cose che già sapevamo. Non si alimenta l’economia del Dragone con la corrente prodotta dai pannelli solari e i mulini a vento; pardon le turbine eoliche. Caso mai questa paccottiglia la Cina la produce e ce la rifila a noi. Bruciando carbone e petrolio. Ed incrementando la capacità di produzione di energia nucleare. Se nel 2000 la Cina consumava complessivamente energia per quasi 12mila Terawattora, nel 2024 è arrivata ad oltre 48 mila. Moltiplicato cioè per quattro il fabbisogno. Ma l’incidenza del nucleare nel mix energetico è nel frattempo passata dallo 0,4% al 2,3% del totale. E se hai bisogno del nucleare quanto ad energia, è inevitabile poi che ti venga la tentazione di sfruttare la tecnologia per scopi militari.
Ma del resto se la Nasa ed il Dipartimento dell’Energia Usa progettano di costruire un mini-reattore nucleare di 500 Kilowatt sulla luna entro il 2030, se l’Iran vuole la sua bomba atomica, se addirittura la Polonia non esclude la necessità di investimenti in tal senso e se Francia e Germania parlano apertamente di deterrenza atomica condivisa in Europa, perché mai dovremmo meravigliarci degli sforzi militari di Pechino? Secondo Ispi il problema è rilevante. Da pochi giorni non esiste più, nemmeno formalmente, un trattato internazionale vincolante in termini di non proliferazione o quanto meno controllo sulla proliferazione di armi nucleari. E gli ultimi tre conflitti (Russia contro Ucraina, India contro Pakistan e infine Israele e Usa contro l’Iran) hanno visto coinvolte potenze nucleari. Che per la precisione sono otto. Accanto a Usa e Russia, abbiamo in ordine decrescente di dotazione la Cina, la Francia, il Regno Unito, l’India, il Pakistan, Israele e la Corea del Nord. E se è vero che Russia e Stati Uniti detengono oltre l’85% del totale delle testate nucleari, la Cina nell’ultimo anno ha aumentato la dotazione del 20% passando da 500 a 600. Secondo il Pentagono Pechino intende arrivare a 1.500 nel 2035.
Non bisogna ovviamente sopravvalutare oltremodo la forza militare cinese. Federico Rampini citando alcuni analisti parla di «ascesa imperiale incompiuta» in quanto «dopotutto ha solo due basi militari all’estero contro le 800 degli Usa». Ed è pur vero che fortunatamente manca a Pechino un po’ di pratica sul campo. Quella pratica che ha consentito all’Ucraina di costruire un’importante industria nel comparto dei droni combattendo contro Mosca. Cionondimeno Pechino ha costruito un apparato di regolazione e militarizzazione nel comparto dei minerali critici tale da limitare le esportazioni a Paesi terzi se necessario. Il Dragone non è un gigante buono dedito al solo commercio.