La retorica del nemico straniero con cui polemizzare, se non combattere con ogni mezzo inclusa la guerra, è una strategia cui ricorrono da sempre tutti i leader; soprattutto se in difficoltà in patria. Il Re Sòla Macron non fa eccezione. Deve convincere i francesi a radunarsi intorno alla bandiera. Cioè lui. Giorgia Meloni con commozione ricorda la morte dell’attivista francese Quentin Deranque linciato vigliaccamente da un gruppo di militanti di estrema sinistra. Macron risponde con una polemica a dir poco miserabile vagheggiando di ingerenze esterne italiane.
Poi scrive a Trump perché rimuova il divieto di ingresso negli Usa all’ex commissario francese Breton e ad un altro magistrato transalpino. Stavolta misura i toni, memore della figuraccia mondiale rimediata ad uno degli ultimi incontri del G7 abbandonati anzi tempo da Trump. Erano le ore che precedevano l’attacco ai bunker nucleari di Teheran.
Macron tromboneggiava more solito che Trump se ne era andato per finalizzare le ultime trattative con il regime iraniano. The Donald brutalmente rispose che si facesse i fatti i suoi perché non aveva la più pallida idea di quale fosse l’agenda della Casa Bianca. La debolezza di Macron è in realtà la debolezza della Francia soprattutto sotto il profilo economico. Il noto giornalista economico francese François Lenglet non si dà pace in diretta tv e in prima serata per il fatto che l’Italia abbia superato la Francia quanto a Pil pro-capite. Come cade dal pero l’esperto. Dal 2019 ad oggi il Pil reale francese è aumentato complessivamente del 4% contro il quasi 0% della Germania. Ma l’Italia fa oltre il 6%. La strutturale debolezza dell’economia francese è legata al debito. Nel 2019 il debito pubblico italiano superava quello francese di circa 36 punti di Pil.
Dopo cinque anni il divario è crollato a 22. Ma non esiste solo il debito pubblico. Le famiglie francesi hanno un debito pari al 60% del Pil contro il 36% di quelle italiane. Le imprese raggiungono il 91% contro il nostro 56%. Il debito privato complessivo francese, molto più importante di quello pubblico- perché le crisi economiche nascono dal primo per poi scatenarsi sul secondo - è quindi pari al 151% contro il nostro 92%. Ancora più preoccupante il debito estero, che fra gli epicentri di instabilità se la gioca col debito privato quanto a capacità di innesco di una crisi economica. La Francia ha un debito con l’estero pari al 24% del Pil. L’Italia ha un credito del 15%.
La debolezza dei conti con l’estero è dovuta principalmente all’accumulo degli squilibri della bilancia dei pagamenti. Mentre l’Italia ha accumulato dal 2012 ad oggi un surplus complessivo pari ad oltre 420 miliardi di dollari, la Francia ha registrato un deficit complessivo di 230 miliardi. E quando devi riequilibrare la bilancia commerciale dovuto all’eccesso di import rispetto all’export devi necessariamente svalutare la tua moneta. Gli Stati Uniti lo stanno facendo. Per la Francia questa opzione è tecnicamente inaccessibile non avendo più una sua moneta. Le rimane una seconda dolorosissima opzione che è quella della svalutazione interna. Attuata dall’Italia dopo la caduta di Berlusconi nel 2011. Ovvero sia massacrare l’economia a suon di tasse e tagli alla spesa sociale pur di ridurre la domanda interna e di qui le importazioni. E così riequilibrando la bilancia commerciale. Questa operazione è però politicamente impossibile.
Infatti i governi francesi hanno un’aspettativa di vita paragonabile a quella di un gatto sul raccordo anulare. Ciò che tiene ancora in piedi la Francia sono i suoi 56 reattori nucleari grazie ai quali produce oltre 390 miliardi di kilowattora all’anno; quasi il 70% del totale. Questa fortunata scelta, abbracciata con convinzione negli anni Settanta, oggi di fatto consente ai francesi di avere un costo all’ingrosso dell’energia pari ad 11 euro per MWh contro gli 80 dell’Italia. Un divario spaventoso che Davide Tabarelli, fondatore e presidente di Nomisma Energia, non manca mai di sottolineare. L’Italia importa un sacco di corrente elettrica dalla Francia. È come se tre reattori francesi con dentro mille persone lavorassero esclusivamente per noi.
Ciononostante, il valore aggiunto della nostra industria arriva- secondo la Banca mondiale - a 400 miliardi di dollari contro i 300 della Francia. In pratica è come se corressimo i 100 metri contro Parigi ma con gli scarponi da sci indosso. E nonostante tutto li battiamo sempre. Ma di che si meraviglia Lenglet?