Non è inutile riflettere in modo articolato sul comportamento nevrotico - di cui si è già scritto su Libero - di un Emmanuel Macron nella fase in cui deve fare i conti con il suo fallimento.
In tante questioni comunitarie e globali l’Eliseo sembra in preda a una sorta di stato confusionale: un giorno si vogliono mandare truppe francesi in Ucraina, quello dopo si vuole trattare con Vladimir Trump indipendentemente dagli americani; si vuole rafforzare il libero scambio nel mondo e non si riesce ad approvare il trattato Ue-Mercosur; a lungo si sostiene l’obiettivo di isolare Israele poi si chiede all’Onu di troncare i rapporti tra Francese Albanese, con un’evidente apertura allo Stato ebraico; si partecipa alla preparazione di un trattato di libero scambio dell’Unione europea con l’India e poi ci si concentra solo sui rapporti tra Parigi e Nuova Delhi; si dice di voler costruire una protezione nucleare autonoma dell’Europa e poi si dice che le bombe francesi saranno sempre e solo sotto il comando dell’esercito francese suscitando malumori tedesco e addirittura insulti belgi; si lancia la proposta del “buy Europe” e si rimane del tutto isolati. E lasciamo perdere la questione già ben esaminata degli insulti a Giorgia Meloni perché si è allarmata dell’assassinio di un giovane di destra a Lione.
Naturalmente parte del marasma macroniano deriva anche da un’amministrazione Trump che troppo spesso sostituisce la retorica alla politica, l’unilateralismo a rapporti istituzionalmente impeccabili con gli alleati, e dimostra un’insofferenza per un’Unione europea magari pasticciata ma ancora baluardo insostituibile contro il caos globale. Però gli atteggiamenti di Parigi non solo non rimediano i difetti di Washington ma alla fine finiscono quasi per giustificarli.
Il problema principale per la Francia peraltro non è determinato dal quadro internazionale, ma dai processi interni che hanno portato alla deriva attuale. Nel 2017 Macron ha approfittato del fatto che il candidato che avrebbe vinto sicuramente le presidenziali del 2017, il gollista François Fillon, venne fatto fuori da una magistratura accompagnata da un particolarmente mobilitato contorno mediatico. Tutto ciò non nacque da un intrigo (il complottismo è la principale malattia infantile dell’opinionismo) ma (anche) da un comune sentire di un establishment francese poco attratto da un politico forse un po’ troppo cattolico. Approfittando di questa situazione e di un presidente socialista uscente come François Hollande completamente bollito, il quarantenne banchiere già ministro dell’Economia di un governo socialista non si è posto l’obiettivo di guidare da liberale la destra moderata o da ex ministro socialista la sinistra, ma ha scelto di disgregare programmaticamente destra e sinistra vantando la superiorità di una soluzione tecnocratica che poi ha in qualche modo cercato di imporre all’Europa, grazie a un rapporto con una Germania in crisi per gli errori commessi da Angela Merkel.
Questa linea macroniana si è rivelata catastrofica anche sul piano comunitario perché tra l’altro l’alternanza in Francia tra socialisti e gollisti consentiva a Parigi di assumere una linea abbastanza costruttiva grazie al susseguirsi dei più europeisti Mitterrand e Delors, con i più moderatamente nazionalisti Chirac e Sarkozy. La sterilizzazione macroniana, invece, della politica ha alimentato anche su scala continentale devastanti e insensate politiche tecnocratiche tipo il Green Deal.
Naturalmente le scelte dell’Eliseo post 2017 sono state disastrose innanzi tutto sul piano interno con una nazione molto politica che non ha più potuto esprimersi in una vera dialettica. Per capire in che girone infernale ci si è cacciati, basta ragionare sul fatto che nell’estate del 2025 si è di fatto promosso un fronte popolare con un estremista come Jean Luc Mélenchon per bloccare Marine Le Pen, mentre oggi si assiste a una sorta di crescente alleanza nazionale anche con Rassemblement national per bloccare le follie islamo-gauchiste ispirate dallo stesso Mélenchon. In questa situazione il “comune sentire” di un establishment di cui si è detto ha messo insieme un processo alla Le Pen su un terreno parzialmente scivoloso, cioè su quanto gli assistenti agli europarlamentari del Rassemblement national a Strasburgo lavorassero per Strasburgo e quanto invece solo per il loro partito. Su questa base si sono portate solide prove di diverse scelte dei lepeniani sostanzialmente illegali e si è emessa una sentenza particolarmente severa che precludeva alla Le Pendi presentarsi come candidato alle presidenziali del 2027. Oggi, però, i sondaggi indicano che il delfino Jordan Bardella prenderebbe 3 punti percentuali di voti in più rispetto a Marine, e il “comune sentire” non sa più come orientarsi, e ha rimandato tutte le decisioni al 7 luglio.
Intanto il disperato monsieur le “Président”, come un Viktor Orbàn qualsiasi, pare voler piazzare in posti strategici, grazie a opportune dimissioni di chi oggi ha responsabilità ora in banche centrali nazionali ora europee, suoi fedelissimi, impedendo quel noioso funzionamento di uno Stato governato secondo i principi della sovranità popolare. Che cosa imparare da queste vicende? Che la lotta alle posizioni estremiste si fa isolando le idee sbagliate ma recuperando le capacità individuali e le forze sociali che hanno appoggiato queste idee sbagliate: così come è avvenuto, pur con alterni risultati, in Austria, Olanda, Svezia, Finlandia, Italia. E non si pratica, invece, una strategia di pura emarginazione che indebolisce l’insieme del sistema democratico. Le vicende in corso poi suggeriscono pure che per rilanciare pragmaticamente e draghianamente l’Unione europea, vanno formate variegate alleanze che funzioneranno però solo se rinunceranno a sostituire la politica con la tecnocrazia.