Dopo il tentativo anglo -francese di controllare il Canale di Suez nel 1956, a nove anni, per la prima volta sentii parlare della decadenza irreversibile della Gran Bretagna, Poi dopo qualche tempo, anche grazie alla prospettiva di entrare nella Comunità economica europea, Londra con Mary Quant, Beatles e James Bond ridiventò una capitale del Mondo. Ma ancora nei Settanta gli inglesi (uniti agli italiani da iperinflazione, crisi industriale ed energetica, e violenza politica: dalle loro parti l’Ira, da noi le Br) riprecipitarono all’inferno. Però con le liberalizzazioni thatcheriane di nuovo, sul Tamigi spirò un’aria di rilancio, che durò anche grazie alla globalizzazione anni Novanta gestita da Tony Blair. Ma quando l’Unione europea non riuscì a integrare la Gran Bretagna, il fantasma della crisi è tornato a incombere sul Regno Unito.
C’è anche una causa strutturale in queste vicende: dopo il 1945 si preferì liquidare Winston Churchill, nonostante la sua eroica leadership contro i nazisti, e smantellare l’Impero piuttosto che rinunciare al welfare state. Scelta comprensibile ma che prescindeva dal fatto come fosse l’Impero, alla fine, la base economica anche per lo stato del benessere. A questa contraddizione si è risposto in vari modi, tra i quali molto efficace è stato quello di aderire al mercato comune europeo.
Ma le contraddizioni non sono state superate e due elementi hanno pesato particolarmente sulle sorti britanniche: innanzi tutto è avvenuto che al termine del Novecento il centro del Pianeta si è spostato dall’Atlantico all’Indopacifico. Il secondo fattore è che Parigi dopo aver digerito l’entrata di Londra nella Comunità europea, non ha fatto niente per risolvere le questioni sistemiche che includere gli inglesi, implicava. E così è il popolo ma anche la classe dirigente francese hanno bocciato l’eurocostituzione del 2005 e l’asse franco-tedesco invece di chiamare Blair, come aveva in qualche modo chiesto David Cameron, a presiedere la Commissione europea, ha scelto nel 2014 Jean-Claude Juncker, in linea con lo stile Berlino/Parigi di imporre ai vertici di Bruxelles politici deboli come Romano Prodi, Josè Manuel Barroso o Juncker stesso e non personalità in grado di disturbare gli Hollande e le Merkel.
La Brexit è più una presa d’atto di questa realtà che la storica rottura da tanti descritta, e da qui comunque parte la nuova decadenza con cui oggi i britannici fanno i conti. Dopo l’intervallo Teresa May, il vero protagonista è diventato Boris Johnson, però subito impegnato ad affrontare il Covid, pandemia che richiedeva una capacità istituzionale fuori dalle corde del biondo sfrenato polemista. Anche la sua idea, oggi perseguita con maggiore tecnicalità dal canadese Mark Carney per contenere certe furie trumpiane, di controbilanciare il peso della Comunità europea con un rilancio dei rapporti tra stati aderenti al Commonwealth, implicava non solo una retorica ma anche un programma, che mancò.
Così come pure una brillante Liz Truss non fu capace di costruire quel tessuto istituzionale in grado di reggere le sue proposte di riforma economica. In questo senso a molti ammiratori del thatcherismo sfugge il fatto che la Lady di ferro prima di lanciarsi nel suo audace programma riformatore, unì la nazione con la guerra per le Falkland. Da tutto ciò deriva il governo di Keir Starmer, politico dal grande senso di responsabilità, e ottimo interlocutore degli eurocontinentali più razionali, ma privo di una base sociale all’altezza della sua missione. E a queste difficoltà si aggiungono oggi le derive da scandalo Epstein che in Gran Bretagna ha travolto una personalità centrale nell’ala riformista laburista, Peter Mandelson, tra i principali teorici del blairismo, che peraltro con le sue vicende personali svela un lato oscuro del globalismo, una sua anima caratterizzata da forti tendenze nichilistiche.
Non è chiaro come evolverà la situazione politica del Regno Unito con un sistema politico pensato come essenzialmente bipolare e che ora nei sondaggi vede la destra radicale di Nigel Farage oltre al 27 per cento, laburisti e verdi al 17 per cento, conservatori al 16 per cento e liberali al 15. Io credo che la dialettica decadenza-rilancio funzionerà un’altra volta, però non è scontato.
La crisi politico-economica britannica, comunque, è oggi più complicata anche perché uno dei suoi più potenti ammortizzatori, la monarchia, è in sofferenza per lo scandaloso comportamento (sempre legato a Epstein) del fratello del re, Andrea, finito addirittura, seppur per un breve periodo, in carcere. Un gravissimo caso che si aggiunge a vicende più o meno tragiche che partono dal divorzio di Diana e dalla sua morte, fino agli scontri tra re Carlo III e il figlio Harry. Mi pare che molto di quanto sta accadendo, dipenda dall’interminabile durata del regno di Elisabetta II (ben 70 anni dal 1952 al 2022) che ha reso più difficile una ordinata successione. Non credo però che la Gran Bretagna, se ritroverà la via di riprendersi, vorrà fare a meno della monarchia che non solo aiuta a tenere insieme le nazioni (inglese, scozzese, gallese, nordirlandese) del Regno Unito ma vede l’inquilino di Buckingam Palace anche capo di Stato di Antigua e Barbuda, Australia, Bahamas, Belize, Canada, Giamaica, Grenada, Isole Salomone, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Tuvalu.
A chi sostiene come questa sia la peggiore crisi della monarchia inglese, suggerisco, poi, di leggersi qualche buon libro sul Seicento britannico tra re decapitati come Carlo I o cacciati come Giacomo II o chiamati dall’Olanda come Gugliemo I d’Orange. O se non si vuole studiare la storia, si legga almeno un Riccardo II o III, un Enrico IV o VI di William Shakespeare. Peraltro, infine, c’è il fatto -come spiegò Edmund Burke- che i britannici preferiscono riformare la loro società nella continuità della tradizione piuttosto che rivoluzionarla fondandola su astratte ingegnerie istituzionali.