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Cina, l'ombra di Pechino dietro i conflitti che preoccupano tutto il mondo

Dagli anni di Merkel e Sarkozy sono stati trascurati i rischi derivanti dal Dragone e dalla Russia: le basi della drammatica situazione che stiamo vivendo
di Lodovico Festa venerdì 6 marzo 2026

3' di lettura

Quel politico furbastro di Pedro Sanchez (che, innanzi tutto per tener insieme la sua scombinata maggioranza, deve tener buoni i suoi “soci” estremisti impegnati a come nel resto d’Europa - raccogliere voti di immigrati islamici fondamentalisti) dice che oggi il problema è dire “no” alla guerra in Iran perché così si evitano catastrofi peggiori. In realtà il problema è esattamente il contrario: il mondo è pieno di guerre dall’Ucraina a quelle che covano sotto la cenere a Gaza o in Libano, dagli scontri tra afghani e pakistani, dai conflitti tra thailandesi e cambogiani, dalle guerre tra mercenari russi e l’Isis negli stati subsahariani, dai massacri nel Sudan a quelli in Nigeria.

Ogni giorno Pechino minaccia di invadere Taiwan e il Giappone ha scelto di riarmarsi così come la Germania. Nel Sud America i narcos messicani hanno fatto centinaia di migliaia di morti solo negli anni più recenti, mentre nelle favelas di Rio de Janeiro gli interventi della polizia hanno ormai caratteristiche militari. E a tutto ciò vanno aggiunti le decine di migliaia di morti da fentanyl negli Stai Uniti.

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Certo l’umanità ha sempre vissuto tra un conflitto e l’altro, ma è evidente come oggi siamo di fronte a un salto di qualità rispetto al livello di violenze più o meno statisticamente inevitabili. E tutto ciò avviene perché c’è un soggetto che promuove questi sommovimenti globali e questo è la strategia egemonistica cinese che con la droga in Sud America, con il guinzaglio del debito in Africa, con un mix di tattiche belliche (vedi anche l’uso dei talebani) e di investimenti mirati vuole dominare sulla Via della Seta lungo l’Asia centrale, cerca di impedire l’operazione d’integrazione dell’India nel circuito delle economie europee (vedi anche il massacri del 7 ottobre 2023 in Israele), vuole il controllo assoluto del mare del Sud cinese, sostiene il tardo zarismo russo con il quale organizza la supremazia nella nuova area strategica del mar Artico. In questo quadro l’Iran ha una funzione decisiva perché, finito il movimento comunista internazionale, è l’unica centrale capace di alimentare grandi movimenti collettivi come sono quelli jihadisti (gli islamici impegnati nella guerra santa) dall’Africa al Medio oriente, all’Asia all’immigrazione in Occidente.

È assistere inerti a questo processo che alla fine produce la catastrofe come ci insegna il tragico appeasement di Neville Chamberlain con Adolf Hitler a Monaco nel 1938. Oggi un “grande gioco” di ricomposizione di un equilibro globale ha un prioritario ed essenziale passaggio: rimuovere il principale generatore di caos cioè il regime degli Ayatollah e contenere il regista globale di questo caos cioè la Cina.

L’intervento militare israeliano-americano tiene conto delle lezioni irachene e afghane, e punta non a invadere una nazione popolosa e fiera del proprio passato ma a far crescere dalla società stessa di quella nazione, con le sue decine di migliaia di martiri per la libertà assassinati negli scorsi mesi, la nuova ricostruzione di uno Stato pacifico. E già delinea anche con turchi e arabi un concerto interislamico che governando le storiche divisioni sunniti-sciti, costruisca un destino di pace per tutto il Medio Oriente.

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Un’Europa già provata dal conflitto russo-ucraino non vuole comprensibilmente assumere un ruolo in prima fila in questo processo, però dovrebbe cooperare all’operazione in atto. Dovrebbe studiare anche bene quali sono state le conseguenze del sabotaggio politico che Jacques Chirac e Dominique de Villepin da un parte, e Gerhard Schröder dall’altra fecero alla guerra irachena degli Stati Uniti nel 2003. È allora che Cina e Russia persero fiducia nella possibilità che l’Occidente riorganizzasse un solido ordine liberale. E dopo quegli anni in cui, grazie ad Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, si trascurarono i pericoli di una ripresa di imperialismo neozarista in Russia, di egemonismo post denghista in Cina e di una ripresa del fondamentalismo jihadista, e si misero così le basi per la drammatica situazione che stiamo vivendo. Mi pare che oggi la nuova generazione di leader europei da Kyriakos Mitsotakis a Friedrich Merz, da Mark Rutte a Giorgia Meloni, siano consapevoli che non vadano ripetuti gli errori del passato e che con le necessarie distinzioni, soprattutto da certe intemperanze di linguaggio trumpiane, vada strenuamente difeso un solido “gioco” delle democrazie occidentali.

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