Ossignora mia, Trump non ha un “piano per il dopo”. È il nuovo slogan copia&incollato dagli addetti al confezionamento del Banalmente Corretto che in queste ore sta tentando di ridurre il dibattito a frasario da Strapaese antiamericano. Lo ha sentenziato la segreteria Elly nel tinello confortevole di Formigli, lo riecheggiano gli editorialisti prêt-à-porter, si accodano le mezze calzette del progressismo col turbante. Nell’azione di The Donald c’è un irrimediabile vulnus strategico, è il caos per il caos che incendierà il Medio Oriente e il mondo. Qui si propone un’ipotesi di lavoro alternativa alla tesi del mattoide compulsivo, che detta grossolonamente suona: tornate a Kissinger. Tornate al suo realismo proattivo, al suo interventismo mirato, alla sua idea dell’America che agisce nella Storia perseguendo un equilibrio ragionato in base ai propri interessi, che coincidono de facto con quelli del mondo libero.
Soprattutto, tornate alla diagnosi dell’Iran khomeinista che stilò Kissinger nel suo Ordine mondiale, uscito nel 2014, quando l’illusione obamiana di impostare una trattativa sul nucleare con gli ayatollah attorno a una razionalità condivisa stava iniziando ad evaporare. Con la sua tipica capacità di scovare sintesi geopolitiche folgoranti, l’ex Segretario di Stato scriveva: «L’Iran deve decidere se essere un Paese o una causa». Paese, nel linguaggio kissingeriano, significa un’entità che appartiene, o comunque in qualche modo accetta, il sistema westfaliano degli Stati-nazione. La “causa”, invece, è quella che coincide con la stessa Repubblica Islamica fin dal suo atto fondativo l’1 aprile 1979, che non a caso Khomeini definì «il primo giorno del governo di Dio». Da lì in poi, l’essenza del totalitarismo teocratico sciita starà, secondo il braccio destro di Nixon, nell’applicazione sistematica di un «dualismo», per cui «un movimento islamista assumeva il controllo di uno Stato moderno, occupando il suo seggio alle Nazioni Unite, conducendo i suoi commerci e gestendo il suo apparato diplomatico». Ma «l’obiettivo finale» rimarrà sempre quello riassunto dal defunto Alì Khamenei in un discorso del 2013: «Null’altro che la creazione di una splendida civiltà islamica», espressamente pensata come «momento di liberazione dalle mentalità materialistiche e dai codici di comportamento corrotti che costituiscono i pilastri dell’attuale civiltà occidentale». Le grida «morte all’America!» e «morte a Israele» non sono (solo) ritualità propagandistiche, sono l’essenza della missione apocalittica degli ayatollah, che non a caso ha richiesto la costituzione di una Piovra del Male manovrata da Teheran (Hezbollah, Hamas, le milizie irachene, gli Houthi per minare i commerci e la libera navigazione).
È di questo costrutto allo stesso tempo terrorista ed escatologico che Trump ieri ha chiesto la «resa incondizionata», perché lo giudica incompatibile con gli interessi americani, la stabilità dell’area e la pace mondiale, a maggior ragione se dotato di bomba atomica. Come ha dichiarato alla Cnn: «Sto dicendo che ci deve essere un leader giusto ed equo. Che tratti bene gli Stati Uniti e Israele, e tratti bene gli altri Paesi del Medio Oriente». «Non mi danno fastidio i leader religiosi» in sé, ha chiarito ulteriormente. Il problema sono i leader religiosi dediti all’esportazione fondamentalista della Rivoluzione Islamica globale, che nella versione sciita degli ayatollah coincide con l’avvento del Mahdi, il grande imam rintanato nell’“occultamento” che assumerà i poteri sovrani esercitati temporaneamente dalla Guida Suprema. Smettete di essere una causa e tornate a essere un Paese, rimuovete il dualismo, sta dicendo Trump senza la finezza ermeneutica di Kissinger, ma con tutta la cogenza della macchina bellica americana. È questa la strategia, e sì, è una strategia anzitutto in difesa dell’Occidente.