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Iran, missili sui dissalatori: Teheran può crollare per sete, il nuovo piano d'attacco Idf

di Carlo Nicolato martedì 10 marzo 2026

3' di lettura

Con una certa compiaciuta soddisfazione nei giorni scorsi alcuni giornali hanno dato conto del vero grande tallone d’Achille degli Stati arabi, l’acqua potabile. Tutto è partito da un attacco iraniano a un impianto di desalinizzazione in Bahrain avvenuto, a detta di Teheran stessa, in risposta a un attacco della coalizione a un altro impianto simile in Iran. Gli Stati arabi, si è detto, dipendono per la quasi totalità del loro approvvigionamento idrico da tali centrali e anzi devono la loro fortuna economica non solo al petrolio ma anche e soprattutto a loro.

Ci si è dimenticato di dire però che quello dell’acqua potabile è un problema enorme anche per l’Iran, perfino più grave e inspiegabile se si pensa che il Paese degli ayatollah è ricco di montagne alte anche oltre i 5mila metri, di ghiacciai e si affaccia sul Mar Caspio che è sì salato ma molto meno di quanto non lo sia il mare. Un problema talmente grave che viene considerato uno dei motivi principali del malcontento della popolazione che è scesa in piazza nel gennaio scorso pagando a duro prezzo le proteste. In città come Isfahan e Khuzestan, oltre agli slogan contro il regime e per la libertà è riecheggiata la frase «abbiamo sete!» (Ma teshne im!). Certo, di mezzo c’è anche il cosiddetto «cambiamento climatico», periodi di siccità insolitamente lunghi nella storia contemporanea del Paese, ma la causa principale di tale situazione al limite del sostenibile è dovuta alle scelte del regime che di fatto spende più per l’atomica che per risolverla. L’origine del disastro è la politica dell’autosufficienza agricola che ha portato il regime a promuovere negli anni colture ad alto consumo idrico come riso, grano e barbabietola da zucchero in aree totalmente inadatte.

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Di fatto oltre il 90% dell'acqua iraniana viene estratta per l'agricoltura e gran parte di essa viene persa a causa di pratiche di irrigazione inefficienti. Studi dimostrano poi che l'ambiziosa campagna di costruzione di dighe del Paese, volta a migliorare appunto l’autosufficienza alimentare ed energetica, ha sconvolto gli ecosistemi naturali e contribuito al prosciugamento di importanti zone umide e laghi. Lo scorso autunno e per tutto l’inizio dell’inverno in molte zone del Paese non è caduta una goccia d’acqua portando le falde acquifere a livelli talmente bassi che il presidente Pezeshkian ha persino avvertito di possibili evacuazioni, cosa che non è stata presa in considerazione nemmeno sotto i bombardamenti di questi giorni. Nella capitale e a Mashhad, la seconda città del Paese, i bacini idrici hanno tuttora una capacità rispettivamente inferiore al 5% e al 3%, e prima dello scoppio della guerra le autorità avevano iniziato a interrompere l'erogazione idrica di notte. Nelle zone periferiche la situazione è peggiore esacerbando disparità regionali ed etniche di lunga data. Il regime sostiene che le sanzioni hanno limitato l'accesso dell'Iran alle nuove tecnologie, come sistemi di irrigazione avanzati, monitoraggio satellitare ecc, ma questo non spiega come tali limitazioni non siano valse per gli armamenti e addirittura per l’arricchimento dell’uranio.

La situazione si spiega con la militarizzazione della gestione delle risorse idriche del Paese che da decenni sono sotto il controllo delle Guardie della Rivoluzione attraverso il Khatam al-Anbiya, il maggiore appaltatore iraniano per progetti industriali e di sviluppo. Insomma se per gli Stati arabi un possibile tallone d’Achille è rappresentato dagli impianti di desalinizzazione per l’Iran l'approvvigionamento idrico è una questione di vita o di morte del regime e gli impianti di desalinizzazione che Emirati e Israele potrebbero aver preso di mira sono gli unici funzionanti in tutto il Paese.

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