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Mojtaba Khamenei, perché la sua nomina rappresenta il declino del regime iraniano

Nepotismo, fase finale del komeinismo? Si potrebbe sintetizzare con questa domanda il significato che sembra assumere l’evoluzione della crisi iraniana con la nomina della nuova Guida suprema
di Corrado Ocone venerdì 13 marzo 2026

3' di lettura

Nepotismo, fase finale del komeinismo? Si potrebbe sintetizzare con questa domanda il significato che sembra assumere l’evoluzione della crisi iraniana con la nomina di Mojtaba Khamenei a Guida suprema dello Stato teocratico sciita che ha il potere dal lontano 1979. Egli è infatti il figlio di quell’ Alì Khamenei che guidava il Paese dal 1989 e che era succeduto alla prima Guida Suprema, nonché fondatore dello Stato, Ruhollah Khomeyni. Che si tratti di un momento di crisi finale lo lascerebbe supporre il fatto che il regime è costretto, con questa nomina, a contraddire se stesso sconfessando uno dei capisaldi morali, oltre che intellettuali, della rivoluzione islamica. La nascita della Repubblica significò infatti anche e soprattutto la fine di un regime dinastico, quello dei Pahlavi, che in cinquantaquattro anni di potere, aveva certamente modernizzato il paese, anche dal punto di vista dei costumi, favorendo la loro laicizzazione, ma era affogato nella corruzione e nel predominio di pochi privilegiati sulla stragrande parte del popolo.

La lotta al nepotismo divenne non a caso uno degli elementi su cui si fondò la retorica che permise a Khomeini di conquistare il potere. Essa si inseriva in una più ampia lotta al materialismo in nome dei valori dello spirito, della religione e della tradizione. Il materialismo veniva considerato, da Khomeini e i suoi, un elemento non autoctono ma importato da quell’Occidente corrotto e corruttore con cui era alleato Reza Pahlavi, l’ultimo Scià di Persia, che aveva governato ininterrottamente il paese dal 1941 fino a quel fatidico 11 febbraio 1979 in cui fu costretto ad abbandonare Teheran.

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È in questo contesto culturale che gli Stati Uniti, definiti il “Grande Satana”, divennero subito il nemico numero uno degli ayatollah. Ed è sempre in questo contesto che essi ebbero alleati, o almeno simpatizzanti, in diverso modo e con diverse sfumature, gli intellettuali marxisti e post-marxisti nonché il vasto popolo della sinistra occidentale. Oggi come allora il collante di questa insana liaisons era la critica al capitalismo, alla modernità e alle istituzioni liberali. Anche da questo punto di vista la Guida Suprema nominata in questi giorni contraddice i miti dell’origine: affarista, con solide ricchezze depositate in Occidente, con una spropositata fortuna accumulata in beni mobili e immobili, egli tutto è fuorché quell’esempio di semplicità e spiritualità che fu l’ideale catalizzatore dei rivoluzionari all’origine. La divisione in seno allo stratificato potere iraniano fra le frange militari, che lo hanno portato al potere, e i religiosi, che avrebbero preferito altre soluzioni, certifica questa evoluzione e, più in generale, la perdita di quella coesione o compattezza interna che aveva finora caratterizzato i gruppi di potere iraniani.

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In definitiva, può dirsi che a Teheran sta andando in scena la costante che la storia finisce per riproporci con regolarità delle rivoluzioni che divorano i propri figli e che finiscono con il ritorno proprio di quei vizi che avevano smosso gli animi contro il passato regime. A questa dialettica non si sfugge, ma il fatto stessa che essa sia costantemente sfidata dimostra la perseveranza che gli uomini hanno, sotto ogni latitudine, a continuare ad errare e a generare tragedie.

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