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Senza teste né testate Iran e soci sono più deboli

Il regime sembra resistere anche se l’alleanza coi terroristi Hezbollah e Hamas è stata pesantemente indebolita dopo il 7 Ottobre. Ma il lavoro continua
di Dario Mazzocchi martedì 17 marzo 2026

3' di lettura

È il grande quesito che rimbalza dal 28 febbraio, quando ha avuto inizio l’operazione congiunta Stati Uniti–Israele contro l’Iran: qual è l’obiettivo ultimo? Che cosa c’è davvero nei piani del presidente americano Donald Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu? Ad alimentare il dubbio hanno contribuito le dichiarazioni del commander-in-chiefdi Washington, da quelle sull’impiego o meno di truppe sul campo a quelle sulla durata dei raid. Un vero cambio di regime? Uno status quo istituzionale, ma con un’evidente influenza americana? Un nuovo equilibrio regionale?

Tante domande. C’è chi non ha dubbi, come Condoleezza Rice, già consigliere per la Sicurezza nazionale e segretario di Stato durante la presidenza di George W. Bush e oggi presidente dell’Hoover Institution, uno dei centri di ricerca più prestigiosi d’America. L’obiettivo degli attacchi aerei in corso è di «neutralizzare il potere militare dell’Iran» in Medio Oriente e lo si intuisce dalla distruzione della marina, della forza aerea e «della catena di comando» di Teheran.

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«Se ottieni la neutralizzazione dell’Iran intesa come minaccia militare convenzionale e dei suoi tentacoli – le milizie sciite, Hezbollah e gli Houthi – e se impedisci che abbia uno scudo per le sue ambizioni nucleari, allora raggiungi qualcosa di notevole», ha commentato nell’ultima puntata di The Good Fellows, il podcast dell’Hoover Institution. I fatti sembrano darle ragione. E chiamano in causa il 7 ottobre 2023, il giorno delle sanguinose scorribande dei terroristi di Hamas con 1.200 vittime e oltre 240 ostaggi israeliani catturati.

La decapitazione della catena di comando iraniana è iniziata allora, con Gerusalemme decisa non solo a smantellare la rete di Hamas, ma anche i suoi sponsor più preziosi con operazioni mirate, intelligence di precisione e raid aerei. La lista lunghissima comprende Hossein Salami (comandante delle Guardie della rivoluzione iraniane), Ismail Haniyeh (capo dell’ufficio politico di Hamas), Yahya Sinwar (leader di Hamas a Gaza), Rawhi Mushtaha (tesoriere del gruppo terroristico palestinese e di fatto capo del governo guidato da Hamas), Hassan Nasrallah (segretario generale di Hezbollah) e Hassan Mahdavi (comandante delle forze speciali iraniane Quds in Libano e Siria). E poi, ovviamente, la fu guida suprema Ali Khamenei. Il serpente si ammazza dalla testa.

Quanto al campo di battaglia dopo le prime due settimane di bombardamenti, le capacità missilistiche iraniane sono “gravemente” o “severamente” degradate secondo i report redatti dal think tank indipendente americano Institute for the Study of War (Isw), che riporta come già all’inizio della campagna l’Idf avesse distrutto circa il 40% dei missili balistici che restavano dopo la guerra dello scorso giugno: in pochi giorni di operazioni Usa–Israele, la stima è salita al 75 per cento e una relazione del 7 marzo suggerisce che l’Iran avrebbe a disposizione solo 120 lanciatori (sistemi, piattaforme o dispositivi preposti al lancio di un’arma).

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Colpendo le difese aeree, le infrastrutture militari e i nodi economico-logistici (come l’isola di Kharg, nel Golfo Persico), l’Iran sta perdendo le capacità offensive per imporre una forza di coercizione nell’intera regione, oltre a quelle di sostenere il conflitto e finanziare la prosecuzione delle operazioni. Sull’altro fronte di guerra, quello in Libano, l’Isw segnala come Hezbollah, dopo la campagna israeliana del 2024 e quella in corso, sia in grado di condurre solo attacchi simbolici e limitati, ma non di avviare una strategia più ampia e continuativa, a fronte anche di una leadership azzoppata che appare sempre più riluttante a inaugurare una fase ad alta intensità perché mancano uomini, armi e – soprattutto – comandanti. «Hezbollah è un problema, sta venendo eliminato rapidamente», ha sentenziato ieri Trump.

Il regime islamico iraniano è isolato, senza un secondo fronte con cui mettere in difficoltà i nemici, lasciato in balia della sorte anche degli Houthi, spesso impiegati come alleati più attivi contro Israele e le imbarcazioni commerciali occidentali. I ribelli con base operativa nello Yemen da fine febbraio esprimono solidarietà a Teheran e condannano gli attacchi americani e israeliani, ma di fatto non hanno condotto azioni ritorsive. Un quadro simile a quello delle milizie sciite irachene: se da un lato continuano a prendere di mira le basi statunitensi nel Paese, dall’altra non sono state capaci di esprimere un sostegno militare degno di nota, anche grazie agli attacchi mirati contro di loro per comprometterne definitivamente l’operatività e l’impatto strategico. Il vuoto attorno a Teheran si allarga sempre di più.

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