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Il "pragmatico" Larijani studiava pure Kant...

A sinistra nostalgia (della) canaglia: il pezzo grosso del regime iraniano appena ucciso viene dipinto come un "Umberto Eco"
di Giovanni Sallusti giovedì 19 marzo 2026

3' di lettura

Alla fine, ero quasi quasi riuscito a raffiguramelo. Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale della Repubblica islamica dell’Iran incenerito da un raid israeliano, come Umberto Eco: uso ad “andare a letto tardi, perché impegnato nella lettura di Kant”, perso nel ginepraio delle antinomie della ragion pura. Come dite, ero palesemente sbronzo? No, magari, piuttosto intossicato da una sostanza ben più dannosa dell’alcol: la rassegna stampa di ieri. La quale era per buona parte listata a lutto per il fine intellettuale e uomo di mondo (certo col vizietto dello sterminio di massa dei civili, ma chi non ne coltiva?) che abbiamo prematuramente perduto a causa del Piccolo Satana, come il grand’uomo e analoghi letterati hanno graziosamente ribattezzato lo Stato ebraico.

Vince nettamente la gara della nostalgia Repubblica, che piazza il ritratto del defunto in prima pagina: “Un pragmatico che amava Kant”. No, non era un pezzo fuori tempo massimo sulla scomparsa di Dario Antiseri, parlava proprio di Ali Larijani, un tizio che senza eccessi, alla luce rischiaratrice della ragione, confortato dalla visione del cielo stellato sopra di lui e dalla certezza della legge morale dentro di sé (vabbè, nella versione della sharia, ma non stiamo a sottilizzare) poche settimane fa aveva architettato l’assassinio di circa 35mila persone in 48 ore, pragmaticamente. Sì, Larijani incarnava incidentalmente il vertice della macchina repressiva nazi-islamica, ma era molto di più, ci rende edotti il (fu) giornale progressista, che all’interno titola su “l’enigmatico studioso di Kant sempre al centro del potere”.

Era quello il suo tratto principale, il contributo agli sviluppi della gnoseologia neokantiana, il macello dei manifestanti inermi era più che altro un hobby. Chissà se anche lui, come il suo Immanuel nella natìa Königsberg, era solito concedersi una passeggiata meditativa, rigorosamente a metà pomeriggio, per le vie di Teheran. In ogni caso, “era stato per decenni un tessitore” ed “era considerato un conservatore pragmatico, mal visto dalla nuova destra populista”. È quello il problema del regime, la nuova destra populista, quasi trumpiana: finché ci si atteneva all’ortodossia khomeinista, magari filtrata dal criticismo kantiano (d’altronde i punti di contatto sono parecchi, notoriamente), l’Iran era tutto sommato un posto gradevole.

Anche la testata (ancora per poco) consorella, La Stampa, ha sottolineato che, per carità, “Larijani era un ultrà” -un tifoso appena scalmanato, in pratica- “che però studiava Kant e aveva condotto lunghe trattative sul nucleare”. Insomma oltre a dilettarsi di filosofia, l’altro grosso merito è che aveva preso per i fondelli Barack Obama. Il titolo del giornale sabaudo, peró, è tutto sul dramma politico insito nella scomparsa: “Spariscono i conservatori pragmatici, al potere una leva di ayatollah induriti”. Abbiamo perso una sorta di neo-gollista mediorientale, adesso arrivano gli “induriti”, mica quei mollaccioni che sfracellavano il cranio alle donne senza velo e impiccavano gli omosessuali (pragmaticamente, ça va sans dire). Folgorante, in proposito, l’incipit del coccodrillo su Avvenire: “Ali Larijani ha rappresentato per decenni il volto pragmatico e pacato del regime dell’establishment iraniano”.

È con la sua tipica pacatezza, che aveva sguinzagliato i sicari basij a caccia dei superstiti negli ospedali dopo la mattanza in piazza, con obiettivi marcatamente pacati: uccidere loro e il personale sanitario che li aveva curati. Il quotidiano dei vescovi lo ricorda (ovviamente) come “il leader pragmatico amico di Khamenei”, che sarebbe un po’ come definire Göring “il leader pragmatico amico di Hitler”. Non si fa una ragione della dipartita Il Fatto Quotidiano: “Con Larijani morto rimangono i fanatici che non tratteranno”. Rimangono i fanatici, non come lui, l’esegeta di Kant, una vita evidentemente trascorsa all’insegna dell’imperativo categorico del maestro: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”.
Sì, forse è il caso di andare a bere qualcosa.

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