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Iran tigre di carta, la verità sull'arsenale: come Teheran verrà spazzata via

di Dario Mazzocchi domenica 22 marzo 2026

3' di lettura

In guerra non si hanno scadenze, ma solo obiettivi, e quello israeliano è «rimuovere la minaccia esistenziale iraniana sul lungo periodo»: un concetto che Gerusalemme ha messo in chiaro a più riprese e che ieri è stato confermato dal suo ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar. Solo in questo modo – e «grazie alla collaborazione con i nostri amici americani» – Israele non sarà obbligato ad affrontare «una guerra dopo l’altra». Sa’ar ha quindi chiarito che la caduta del regime di Teheran «dipende dal popolo iraniano» e che non necessariamente deve verificarsi durante la campagna militare in corso: «Potrebbe accadere dopo: la cosa più importante è creare le condizioni perché si verifichi».

Le condizioni passano dall’arsenale che Israele sta impiegando da fine febbraio nell’operazione “Ruggito del leone”. Quanto all’aeronautica, lo stretto legame con gli Stati Uniti è più che mai evidente: tra i punti di forza ci sono i caccia F-15 Eagle, con la loro ampia autonomia che consente operazioni a lungo raggio contro obiettivi fortificati (come i siti nucleari) e infrastrutture strategiche. E gli F-16 Fighting Falcon, estremamente versatili, al pari degli F-35, che trovano spazio nelle operazioni in territori ben presidiati grazie alla bassa osservabilità radar e utili per target sensibili. Israele può dunque fare affidamento sulla capacità di colpire fino a 2.000 km di distanza, senza basi intermedie, ma con rifornimenti in volo.

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Le forze di difesa (Idf) hanno comunicato che in più di 8.500 raid sono state sganciate oltre 12.000 bombe, di cui almeno 3.600 su Teheran: «In 18 giorni abbiamo volato tanto quanto avremmo fatto in un anno», ha ammesso un funzionario al Times of Israel, distruggendo l’85% della difesa avversaria.

Di contro, c’è uno schieramento iraniano la cui origine richiama la divisione in blocchi della Guerra fredda. Perché se è vero che gli ayatollah possono fare affidamento ancora sui vecchi modelli americani come gli F-4 Phantom, gli F-5 e gli F-14 Tomcat (lascito dell’alleanza tra Washington e la Persia), allo stesso tempo dispongono dei russi Su-24 e Yak-130 (usati anche per l’addestramento avanzato). Come di ispirazione russa e sovietica sono i sistemi di difesa missilistici Bavar-373, Sevom Khordad e Ra’ad.

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E poi ci sono i missili in dotazione ai rispettivi eserciti. Per Israele figurano i Jericho (con enorme potenziale deterrente), Delilah, Rampage (molto veloci) e Popeye (per colpire target fortificati), a cui si aggiungono i Tamir, Stunner e Arrow del sistema di difesa Iron Dome. L’Iran risponde con i Sejjil, Fattah, Haj Qasem e Qadr. Su quest’ultimo, i Pasdaran hanno divulgato la notizia – tutta da confermare – di aver impiegato una versione «potenziata» in un’ondata diretta sulle basi americane di Al Kharj (Arabia Saudita), Sheikh Isa (Bahrein) e Al Dhafra (Emirati Arabi Uniti).

La fotografia aggiornata restituisce l’immagine di un conflitto sempre più strutturato e ad alta intensità tecnologica, in cui la dimensione quantitativa assume un peso determinante. I dati riportati dai report israeliani indicano infatti un’offensiva iraniana significativa: oltre 1.585 missili e più di 3.000 droni lanciati dall’inizio della guerra. Il picco si è registrato nelle prime giornate, con circa 390 vettori il 28 febbraio e oltre 600 UAV (Unmanned Aerial Vehicles), per poi stabilizzarsi su valori compresi tra le 40 e le 100 unità giornaliere.

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Alla pressione iniziale si è contrapposta una risposta israeliana su più livelli. Da un lato, il sistema difensivo multilivello ha permesso l’intercettazione di una quota rilevante delle minacce; dall’altro, l’attività offensiva ha portato, secondo i dati disponibili, a colpire oltre 14.800 obiettivi in territorio iraniano. Tra questi figurano più di 4.300 infrastrutture legate a missili e droni, 448 sistemi di difesa aerea, 72 infrastrutture energetiche, 23 siti nucleari e almeno 154 asset navali.

Nel conteggio vanno aggiunti i numeri del fronte libanese, con Hezbollah che ha lanciato 113 missili e 213 droni, a testimoniare che il contributo del gruppo terroristico è meno solido del previsto, anche per effetto dei 3.900 obiettivi colpiti dalle forze israeliane grazie alla superiorità aerea e alla capacità di agire con precisione.

Il quadro delinea insomma uno scontro caratterizzato da un uso sempre più consistente di droni e da una crescente integrazione tra difesa attiva e capacità offensiva. Tre i fattori determinanti: volume di fuoco, livello di precisione negli attacchi e capacità di neutralizzare in profondità le infrastrutture critiche dell’avversario. Tutti obiettivi sulle mappe dell’esercito israeliano: una volta azzerate le minacce, allora si potrà dire conclusa la guerra.

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