In guerra non si hanno scadenze, ma solo obiettivi, e quello israeliano è «rimuovere la minaccia esistenziale iraniana sul lungo periodo»: un concetto che Gerusalemme ha messo in chiaro a più riprese e che ieri è stato confermato dal suo ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar. Solo in questo modo – e «grazie alla collaborazione con i nostri amici americani» – Israele non sarà obbligato ad affrontare «una guerra dopo l’altra». Sa’ar ha quindi chiarito che la caduta del regime di Teheran «dipende dal popolo iraniano» e che non necessariamente deve verificarsi durante la campagna militare in corso: «Potrebbe accadere dopo: la cosa più importante è creare le condizioni perché si verifichi».
Le condizioni passano dall’arsenale che Israele sta impiegando da fine febbraio nell’operazione “Ruggito del leone”. Quanto all’aeronautica, lo stretto legame con gli Stati Uniti è più che mai evidente: tra i punti di forza ci sono i caccia F-15 Eagle, con la loro ampia autonomia che consente operazioni a lungo raggio contro obiettivi fortificati (come i siti nucleari) e infrastrutture strategiche. E gli F-16 Fighting Falcon, estremamente versatili, al pari degli F-35, che trovano spazio nelle operazioni in territori ben presidiati grazie alla bassa osservabilità radar e utili per target sensibili. Israele può dunque fare affidamento sulla capacità di colpire fino a 2.000 km di distanza, senza basi intermedie, ma con rifornimenti in volo.
Le forze di difesa (Idf) hanno comunicato che in più di 8.500 raid sono state sganciate oltre 12.000 bombe, di cui almeno 3.600 su Teheran: «In 18 giorni abbiamo volato tanto quanto avremmo fatto in un anno», ha ammesso un funzionario al Times of Israel, distruggendo l’85% della difesa avversaria.
Di contro, c’è uno schieramento iraniano la cui origine richiama la divisione in blocchi della Guerra fredda. Perché se è vero che gli ayatollah possono fare affidamento ancora sui vecchi modelli americani come gli F-4 Phantom, gli F-5 e gli F-14 Tomcat (lascito dell’alleanza tra Washington e la Persia), allo stesso tempo dispongono dei russi Su-24 e Yak-130 (usati anche per l’addestramento avanzato). Come di ispirazione russa e sovietica sono i sistemi di difesa missilistici Bavar-373, Sevom Khordad e Ra’ad.
E poi ci sono i missili in dotazione ai rispettivi eserciti. Per Israele figurano i Jericho (con enorme potenziale deterrente), Delilah, Rampage (molto veloci) e Popeye (per colpire target fortificati), a cui si aggiungono i Tamir, Stunner e Arrow del sistema di difesa Iron Dome. L’Iran risponde con i Sejjil, Fattah, Haj Qasem e Qadr. Su quest’ultimo, i Pasdaran hanno divulgato la notizia – tutta da confermare – di aver impiegato una versione «potenziata» in un’ondata diretta sulle basi americane di Al Kharj (Arabia Saudita), Sheikh Isa (Bahrein) e Al Dhafra (Emirati Arabi Uniti).
La fotografia aggiornata restituisce l’immagine di un conflitto sempre più strutturato e ad alta intensità tecnologica, in cui la dimensione quantitativa assume un peso determinante. I dati riportati dai report israeliani indicano infatti un’offensiva iraniana significativa: oltre 1.585 missili e più di 3.000 droni lanciati dall’inizio della guerra. Il picco si è registrato nelle prime giornate, con circa 390 vettori il 28 febbraio e oltre 600 UAV (Unmanned Aerial Vehicles), per poi stabilizzarsi su valori compresi tra le 40 e le 100 unità giornaliere.
Alla pressione iniziale si è contrapposta una risposta israeliana su più livelli. Da un lato, il sistema difensivo multilivello ha permesso l’intercettazione di una quota rilevante delle minacce; dall’altro, l’attività offensiva ha portato, secondo i dati disponibili, a colpire oltre 14.800 obiettivi in territorio iraniano. Tra questi figurano più di 4.300 infrastrutture legate a missili e droni, 448 sistemi di difesa aerea, 72 infrastrutture energetiche, 23 siti nucleari e almeno 154 asset navali.
Nel conteggio vanno aggiunti i numeri del fronte libanese, con Hezbollah che ha lanciato 113 missili e 213 droni, a testimoniare che il contributo del gruppo terroristico è meno solido del previsto, anche per effetto dei 3.900 obiettivi colpiti dalle forze israeliane grazie alla superiorità aerea e alla capacità di agire con precisione.
Il quadro delinea insomma uno scontro caratterizzato da un uso sempre più consistente di droni e da una crescente integrazione tra difesa attiva e capacità offensiva. Tre i fattori determinanti: volume di fuoco, livello di precisione negli attacchi e capacità di neutralizzare in profondità le infrastrutture critiche dell’avversario. Tutti obiettivi sulle mappe dell’esercito israeliano: una volta azzerate le minacce, allora si potrà dire conclusa la guerra.