Se i francesi s’incazzano allora dev’essere per forza qualcosa di buono ad averli fatti sbroccare. E infatti questa volta se la sono presa con la decisione del Cio di obbligare tutte le atlete che vogliono gareggiare negli sport olimpici femminili a sottoporsi, una sola volta nella vita, al test cromosomico per il gene Sry al fine di escludere i trans dalle competizioni delle donne. Sei negativa? Puoi gareggiare. Sei positiva? Niente da fare, il tuo percorso biologico (che derivi da una transizione di genere o da altre condizioni mediche intersessuali) ti avvantaggia fisicamente e quindi non è regolamentare. Una questione lineare, anche da comprendere.
Mai più casi Imane Khelif. Eppure, la ministra francese dello Sport Marina Ferrari, preoccupata «per una distinzione che mina il principio di uguaglianza» (?) spiega in una nota che «ci opponiamo a una generalizzazione dei test genetici che solleva numerose questioni etiche, giuridiche e mediche, in particolare rispetto alla legislazione francese in materia di bioetica, che vieta tali test». C’è poco da stupirsi, del resto la Francia sarà ricordata per una cerimonia d’apertura dei Giochi 2024 dove si è visto di tutto, compresa un’Ultima Cena-Gay Pride, con drag queen e la caricatura di una Madonna in stile Grande Puffo. E non stupisce neanche il lungo comunicato preventivo (uscito la scorsa settimana e tornato attuale) pubblicato sul sito di Sport & Rights Alliance, coalizione globale di oltre un centinaio fra Ong e sindacati che promuove i diritti umani, la trasparenza e l’anti-corruzione nello sport (manca solo qualcosa tipo “cucina etno-sostenibile” e ci siamo...), secondo cui lo stop ai trans nelle gare femminili è «un salto indietro nella parità di genere di 30 anni».
È questa la definizione plastica del principio del demenziale «includere escludendo». Non mettere un paletto netto come ha fatto il Cio significa permettere le competizioni in rosa ad “atlete” che hanno beneficiato dello sviluppo biologico maschile e potenzialmente tagliando via le donne biologiche dal podio e dalla competizione equa. Dal loro stesso sport. Non si tratta di «pari diritti» ma della destrutturazione di una categoria di atleti. Diversi studi (come quelli pubblicati sul British Journal of Sports Medicine o le revisioni indipendenti del 2024/2025) dimostrano che la pubertà maschile conferisce vantaggi permanenti che la sola soppressione del testosterone (come chiede qualcuno a mo’ di escamotage) non può cancellare. In discipline che richiedono potenza (come il sollevamento pesi, il pugilato) il vantaggio di chi è nato maschio può superare il 100% in termini di forza d’impatto grazie a forza esplosiva e massa muscolare. Cuore e polmoni più grandi, uniti a una maggiore concentrazione di emoglobina, garantiscono un vantaggio del 10-12% nella corsa e nel nuoto. La struttura ossea e leve meccaniche, come bacino e spalle più larghe, offrono una resistenza e un’efficienza biomeccanica che non mutano con la transizione ormonale. Sostenere che una donna biologica debba competere contro chi ha questi parametri non è «equità», è la negazione della realtà fisiologica in nome di un dogma. Affermare che «il sex testing danneggia tutte le donne» è un ribaltamento totale: ciò che danneggia le donne è la negazione per ideologia di avere uno spazio sicuro e leale dove competere. E chi legittimamente protesta è bollato come intollerante. La stretta del Cio non è un ritorno al passato, ma un ritorno alla realtà.