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In Iran la guerra va meglio di quello che tutti dicono

di Maurizio Stefanini martedì 7 aprile 2026

3' di lettura

Come sta andando il conflitto in Iran? Il prolungarsi dei combattimenti, l’apprensione per le forniture di petrolio e la capacità che l’Iran mantiene di colpire sono tutti fattori che fanno commentare a molti con scetticismo sui possibili esiti. Ma valutazioni differenti esistono: l’editorialista Bret Stephens, per esempio, il 24 marzo ha pubblicato un’analisi dettagliata sul New York Times. Va ricordato che Stephens, Premio Pulitzer, è un oppositore di Donald Trump, anche se di impianto neocon e non liberal. Il suo approccio è stato appunto quello di confrontare le perdite di oggi con quelle di esperienze belliche degli ultimi anni.

E il suo bilancio è che «la guerra sta andando meglio di quello che pensate». Stephens ha ricordato infatti quando, con Barack Obama alla Casa Bianca, nel marzo 2012 il Brent chiuse a 123 dollari al barile, «che corrisponderebbero a circa 175 dollari odierni», mentre malgrado Hormuz adesso siamo a 108. Il giornalista confronta poi l’Operazione Desert Storm del 1991 contro Saddam Hussein in Iraq. La campagna venne considerata «un brillante successo militare», ma la coalizione guidata dagli Stati Uniti perse 75 aerei, 42 dei quali in combattimento. Nell’operazione Epic Fury quattro aerei con equipaggio sono stati distrutti (tre per fuoco amico e uno in un incidente). Soltanto due aerei sono stati abbattuti da fuoco nemico: un cacciabombardiere F-15E e una cannoniera volante A-10, oltre a due elicotteri mandati a soccorrere i piloti dispersi. Anche l’analista militare John Spencer ha rilevato che, sugli oltre 13mila voli di combattimento degli Usa, la percentuale di abbattimento è dello 0,0154%. Inoltre, il salvataggio eseguito a Pasqua è stato comunque un risultato che in Iraq non si era raggiunto e, secondo Zineb Riboua, research fellow presso lo Hudson Institute’s Center for Peace and Security in the Middle East, ha rivelato tre cose sull’enormità della potenza militare americana. Ovvero, la completa superiorità militare americana rispetto a quella iraniana esercitata sul suo stesso territorio, il fallimento catastrofico di un sistema di sorveglianza che Pechino aveva costruito nel corso degli anni con miliardi di dollari e, infine, ha dimostrato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche come istituzione militare si sta avvicinando alla sua fase terminale. Stephens ha poi ricordato che la campagna aerea e terrestre statunitense nel 1991 durò ben sei settimane, «e oggi viene ricordata come una guerra fulminea».

A parte le decine di migliaia di caduti in Corea e Vietnam, c’è poi il riferimento alla invasione di Panama del 1989-90. La fase militare durò pochi giorni, ma contro un avversario inconsistente come Noriega gli Stati Uniti persero 23 soldati e altri 325 rimasero feriti. Oggi i morti sono 15, più 520 feriti la maggior parte dei quali è tornata rapidamente in servizio. Durante la Guerra del Kuwait l’economia statunitense entrò in recessione e il Dow Jones perse circa il 13%. Dall’inizio del conflitto con l’Iran, lo scorso giugno, con l’operazione Midnight Hammer, il Dow Jones è in rialzo del 9%. Un altro confronto è con l’invasione dell’Iraq del 2003, quando gli Usa tentarono, senza successo, di eliminare Saddam Hussein e i suoi più stretti collaboratori. Il 28 febbraio 2026 gran parte della leadership iraniana è stata uccisa il primo giorno. Per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, il precedente è con il 1987-88, quando nelle fasi finali della cosiddetta guerra delle petroliere l’amministrazione Reagan reindirizzò le petroliere kuwaitiane e le fece scortare fuori dallo Stretto di Hormuz. All’epoca il conflitto si concluse dopo che gli Stati Uniti affondarono alcune navi della marina iraniana. Questa volta, la marina iraniana è stata quasi neutralizzata e senza perdite navali per gli americani. Nel 1991 40 missili iracheni colpirono Israele, quasi nessuno fu intercettato. In questa guerra, invece, Israele registra un tasso di intercettazione del 92%. Infine, mentre nel 2003 i Paesi arabi erano chiaramente ostili a Washington, oggi appoggiano l’attacco contro Teheran. Conclusione: «Se le generazioni passate potessero vedere quanto bene è andata questa guerra rispetto a quelle che furono costrette a combattere a un costo spaventoso, si meraviglierebbero della relativa fortuna dei loro discendenti».

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