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Le ultime 24 ore dell'Iran

di Matteo Legnani martedì 7 aprile 2026

4' di lettura

Due le condizioni che Donald Trump ha dato agli iraniani per non essere completamente distrutti dalle forze americane: riaprire lo Stretto di Hormuz e finirla con il nucleare. È stata una giornata frenetica, quella di ieri, nel confronto tra Iran e Stati Uniti dopo che, domenica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pur avendo rinviato di venti ore la scadenza del suo ultimatum a Teheran, aveva rivolto al regime un messaggio dai toni molto accesi in cui intimava agli iraniani di riaprire lo Stretto di Hormuz entro le 20 di oggi, pena la distruzione di ponti e centrali elettriche in tutto il Paese. Mai, nel corso dei quasi 40 giorni di conflitto, Trump (che certo non è noto per i toni moderati), si era rivolto ai vertici della Repubblica islamica usando parole tanto taglienti come quelle del messaggio postato sui social domenica: «Aprite Hormuz, pazzi bastardi», ha scritto su Truth a dimostrazione di quanto a Washington la misura sia colma di fronte ai “no” che sono arrivati da Teheran alle proposte per porre termine alla guerra.

L’ultima è pervenuta ieri ai diplomatici di Iran (il ministro degli Esteri Abbas Araghchi) e Stati Uniti (l’inviato speciale Steve Witkoff) dal Pakistan, il Paese che sta mediando tra le due parti in collaborazione con egiziani e turchi, sotto forma di un memorandum che prevedeva un intesa in due fasi: una tregua iniziale di 45 giorni, eventualmente estendibile, seguita da un accordo per la fine del conflitto che passi attraverso la riapertura dello Stretto di Hormuz e la gestione dell’uranio altamente arricchito iraniano. Teheran, però, ha risposto picche, dicendo di non volere una tregua, ma un accordo di pace per la cessazione del conflitto. E, a sua volta, ha spedito in Pakistan un suo documento in 10 punti che prevede, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Irna, anche un protocollo per il passaggio sicuro attraverso lo stretto di Hormuz (che non significa lo stop al blocco del transito delle navi), la revoca delle sanzioni contro il regime e la ricostruzione post-bellica. Una controproposta che funzionari statunitensi hanno definito «massimalista» e insufficiente a una soluzione diplomatica dello scontro.

Talmente surreale da dare a Trump l’occasione per l’ennesima battuta: «E se fossimo noi a riscuotere i pedaggi? D’altronde siamo noi ad aver vinto». Il regime ha anche minacciato di far finire l’intero Medio Oriente al buio se Trump desse seguito alla sua minaccia di bombardare le centrali elettriche iraniane. L’avvertimento è arrivato dall’ex ministro degli Esteri e consigliere della Guida suprema, Ali Akbar Velayati, che in un post sui social ha esortato i Paesi del Golfo a dissuadere il presidente Usa dal colpire: «I governanti dei Paesi arabi dovrebbero, per evitare che la regione piombi nell'oscurità, far capire a Trump che il Golfo Persico non è un luogo dove giocare d’azzardo». E anche l’invisibile Guida suprema Mojtaba Khamenei si è fatto sentire, dopo giorni di silenzio, per dire che «gli assassinii e i crimini non scalfiranno la causa jihadista delle forze armate iraniane». Nel pomeriggio di ieri il presidente Usa, parlando a margine di un evento pasquale alla Casa Bianca, ha definito la proposta iraniana «un grande passo», anche se «non sufficiente», e ha ribadito che «la scadenza di domani (oggi, ndr) è definitiva». Gli Stati Uniti, ha spiegato, hanno «molte alternative per chiudere la questione», aggiungendo che, se potesse scegliere, la prima cosa che farebbe sarebbe prendersi il petrolio iraniano «ma ciò richiederebbe tempo e non so se l’opinione pubblica americana lo voglia. Vogliono che entriamo, facciamo quello che dobbiamo fare e poi usciamo».

A quanti (Onu compresa, naturalmente) hanno affermato che bombardare infrastrutture civili, come ponti e centrali elettriche, sia un crimine di guerra, ha risposto che «un crimine sarebbe lasciare che l’Iran possa avere l’arma atomica». Alle 13 ora di Washington, il presidente ha quindi parlato in diretta alla Nazione per raccontare del salvataggio dei due piloti del caccia F-15 abbattuto giovedì scorso, definendolo «un’impresa storica». Il sollievo espresso da Trump si spiega anche col fatto che, in assenza di ostaggi americani in mano iraniana, l’amministrazione avrà nelle prossime ore mano libera per agire in Iran, «un Paese che può cadere in un giorno e quel giorno potrebbe essere domani (oggi, dopo la scadenza dell’ultimatum delle 20, ndr)», ha detto. Dalla Casa Bianca ha parlato anche il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, che ha lanciato un avvertimento alla leadership israeliana: «Scegliete con saggezza, o la vostra distruzione sarà inevitabile». Il secondo scenario è quello che si augura Israele, il cui primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha esortato gli Usa a non optare per un cessate il fuoco in questo momento e ha espresso preoccupazione per i rischi di una simile mossa.

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