«Ogni ponte verrà fatto saltare in aria». Ed ancora «ogni impianto di produzione dell’energia verrà raso al suolo». Ed ancora «un’intera civiltà verrà distrutta» o comunque «riportata all’età della pietra». Il tutto entro un’ora precisa di un giorno preciso a meno che non sia ripristinata la libertà di navigazione lungo lo stretto di Hormuz. Il messaggio di Donald Trump è talmente urlato, talmente colorato talmente Wrestlemania da far praticamente passare inosservato quello che invece è accaduto ieri. Il racconto terribile di ciò che verrà fatto praticamente nasconde ciò che in realtà già accade. «Abbiamo un piano per distruggere l’intero Iran in quattro ore, tutte le centrali elettriche e tutti i ponti» è il messaggio che filtra dalla Casa Bianca.
Lo scopo dell’operazione sarebbe paralizzare l’intero paese lasciandolo senza energia elettrica e senza comunicazioni. Gli obiettivi sarebbero tre. Il primo è la centrale di Damavand, situata a nord-est di Teheran. Si estende su circa 193 ettari ed ha una potenza installata di 2.900 megawatt di elettricità. La seconda centrale elettrica più grande è Shahid Salimi a Neka, nella provincia settentrionale di Mazandaran. Ha una capacità installata di 2.214 megawatt. Infine, la terza, Shahid Rajai, si trova nella provincia settentrionale di Qazvin, con una capacità produttiva totale di 2.042 megawatt. In pratica queste tre centrali se viaggiassero a pieno regime produrrebbero - 60 miliardi di KWh. Più facile ipotizzare che producano intorno all’80% della loro capacità potenziale. Sarebbe oltre il 12% di quanto consuma giornalmente l’Iran. Il tutto concentrato in tre siti produttivi.
Nonostante le sue ingenti riserve di petrolio e gas, Teheran soffre regolarmente di carenze energetiche a causa delle infrastrutture obsolete e delle sanzioni internazionali. Il Paese possiede oltre 90 centrali elettriche, alcune delle quali si trovano sulle coste del Golfo Persico. Poco più dell’85% dell’energia dell’Iran viene dal gas. L’energia nucleare rappresenta solo l’1% del fabbisogno energetico del Paese. Se l’Iran avesse voluto in tutti questi anni sviluppare questa tecnologia avrebbe potuto farlo. Ma l’arricchimento dell’uranio al 60%, quando per usi energetici basta il 5%, contribuisce a regalare certezze sulle reali intenzioni del programma nucleare.
L’Iran ha un Pil pari grosso modo al 16% di quello del nostro Paese eppure produce e consuma il 20% di energia in più rispetto a noi. Il messaggio di Trump è stato preso però sul serio prima di tutto in Iran. Il regime è riuscito ad organizzare catene umane di persone nei pressi degli obiettivi sensibili per scoraggiare eventuali attacchi. Pure negli Stati Uniti i comunicati del Tycoon hanno creato scompiglio soprattutto fra gli opinion leader di destra come Tucker Carlson e Joe Rogan.
Quest’ultimo ha paragonato Trump ad un super criminale della Marvel. La Casa Bianca stessa si è ritrovata a dover smentire l’eventuale utilizzo di un’arma nucleare contro Teheran.
La verità è che Trump persegue da sempre una strategia comunicativa di “saturazione degli spazi”. Dice tutto lui ad ogni ora e di fatto monopolizza il dibattito. Detta i tempi e i temi della comunicazione. Un po’ come la Roma di Niels Liedholm. Il tecnico svedese era solito dire: «Dobbiamo tenere la palla noi anche se siamo lontani dall’area di rigore avversaria. Finché il pallone lo abbiamo noi, non lo possono giocare i nostri avversari». E mentre tutti si chiedono quale apocalisse sia in arrivo, gli Stati Uniti colpiscono circa 50 obiettivi militari nell’Isola di Kharg. L’hub del petrolio. Il bancomat dei pasdaran. Il tutto lasciando però integre le infrastrutture energetiche. Molto selettiva come apocalisse. E se fosse quello il goal che cerca Donald Trump?