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Iran? Ma quale vittoria politica, il Paese è ridotto a pezzi

Gli strateghi improvvisati e la propaganda di Teheran invadono la stampa e la tv. Ecco come gli Stati Uniti hanno imposto i negoziati agli ayatollah
di Marco Respinti venerdì 10 aprile 2026

3' di lettura

A dar retta a stampa eopinionisti italiani il giorno dopo l’annuncio della tregua, l’Iran avrebbe vinto. Sembra il day after delle elezioni, quando chi ha perso si sforza di convincere tutti del contrario. Ma che oggi lo sconfitto sia Donald Trump è solo ciò che Teheran cerca di fare credere a tutti. Basta infatti leggere un quotidiano trumpiano nemmeno per carità di patria come The New York Times, dove l’opinionista Bret Stephens spiega che «il vantaggio iraniano è un’illusione». La leadership persiana e i suoi apparati militari sono infatti ridotti a un lumicino, le sue infrastrutture decisamente piegate.

A livello diplomatico, le sventagliate disperate di missili e droni lanciati per rappresaglia contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi (e Oman) hanno prodotto soltanto il congelamento del tentativo quatto quatto di quei Paesi di prendere le distanze da Washington e Gerusalemme per via di Gaza. E questa eterogenesi dei fini sperati da Teheran rischia adesso persino di riportare l’orologio della storia agli Accordi di Abramo, ovvero a quel riavvicinamento delle capitali arabe a Gerusalemme che l’Iran ha cercato in tutti i modi di impedire attraverso l’eccidio del Sette Ottobre perpetrato dai suoi proxy di Hamas, decimati pure loro. Si dice che sia la stretta sul canale di Hormuz a dimostrare la vittoria iraniana, ma in realtà quella strategia a singhiozzo, quasi timida, rischia di trasformarsi in un altro colossale boomerang per gli ayatollah.

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Se il greggio saudita prendesse infatti la via del Mar Rosso o del Mediterraneo, e via Israele, nemmeno tutti gli Hormuz del mondo gioverebbero all’Iran. Osserva peraltro Stephens che «il metodo più semplice per gli Stati Uniti per riaprire Hormuz sarebbe iniziare a sequestrare le petroliere che trasportano greggio iraniano una volta che esse raggiungano il Mar Arabico, privando l’Iran sia delle entrate che ne costituiscono la linfa vitale sia della possibilità di colpire facilmente le navi statunitensi vicino alla costa iraniana». Sul quotidiano Londra, Richard Kemp, già colonnello dell’esercito britannico, ha ribadito che «con le proprie azioni avventate, l’Iran si è trasformato in un paria interna The Telegraph di zionale». Lo dimostra il suo scagliarsi contro i Paesi vicini.

L’ex ufficiale, oggi analista e commentatore, indica l’entità della sconfitta iraniana: «la Guida Suprema e diversi livelli di rango inferiore, il capo delle Guardie della rivoluzione, il capo delle forze armate, il ministro della Difesa, il capo dell’intelligence e i vertici dell’organizzazione per lo sviluppo di armi nucleari» sono stati eliminati. «Molti fra quartieri generali o basi nazionali e locali delle Guardie della rivoluzione e della polizia sono stati rasi al suolo, così come quelli della milizia Basij, responsabile della repressione dei cittadini iraniani». Inoltre, «i danni commerciali ed economici sono stati devastanti, tanto quanto gli attacchi a ponti e altre infrastrutture militari vitali». Kemp ritiene probabile che la tregua attuale non si trasformerà nella fine definitiva delle ostilità, ma «se effettivamente la guerra non dovesse riprendere, l’Iran sarà un Paese diverso da quello di sole sei settimane fa».

Perché «non è mai stato tanto debole». Del resto la rapidità con cui l’Iran ha accettato la proposta di accordo avanzata dal Pakistan, in realtà dalla Cina comunista, la dice lunga. E soprattutto, come osserva Noah Rothman su National Review, dopo avere cercato di resistere alle condizioni di Trump per un cessate il fuoco, rilanciando la posta in gioco con proposte massimaliste, anzi fantascientifiche, l’Iran ai ferri corti ha accettato le stesse identiche condizioni che Washington aveva proposto prima. L’Iran ha ceduto, Stati Uniti e Israele non sono arretrati di un centimetro.

Nemmeno l’abbattimento di un jet d’attacco A-10 Thunderbolt «Warthog» e di un caccia F-15 Eagle sono serviti a Teheran per vantarsi di un’azione vittoriosa contro il nemico. La spettacolare azione di salvataggio in mondovisione messa in campo dalla macchina americana è riuscita perfettamente. Resta sì Hormuz, ma solo Hormuz e il prezzo mondiale dell’energia. Non è poco. Però le contromisure esistono. Stati Uniti e Israele sono in campo con piede fermo. L’Iran sa bene cosa l’attenderebbe se in quel ristretto braccio di mare zuppo di petrolio dovesse tirare troppo la corda. Ha 15 giorni per meditare. Ma, nel frattempo, chi è il bullo? E anzitutto, Iran, dov’è la tua vittoria?

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