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Pedro Sanchez, così la Spagna sceglie di schierarsi con gli ayatollah

Il leader del fronte progressista è anti -Trump e anti-Netanyahu. E ogni occasione è buona per rimarcarlo. L'ultimo gesto? La riapertura dell'ambasciata a Teheran
di Corrado Ocone venerdì 10 aprile 2026

3' di lettura

Non passa giorno, anzi ora, che Pedro Sanchez, a capo di un traballante governo spagnolo, non ne pensi e non faccia una per consolidare il ruolo che si è assegnato di leader del fronte progressista anti -Trump e anti-Netanyahu. E pazienza se poi questo significhi spesso essere contro i valori occidentali e aprire assurde linee di credito a regimi liberticidi come quello iraniano o ai gruppi terroristi che ad esso fanno riferimento. La sindrome di “primo della classe” si è manifestata l’ultima volta proprio ieri quando il ministro degli esteri del suo governo ha annunciato la riapertura dell’ambasciata spagnola a Teheran come contributo agli “sforzi di pace”, affinché la tregua diventi una “via d’uscita pacifica” dal conflitto. Era il momento più opportuno? Non sa questa mossa di un riconoscimento troppo frettoloso e senza condizioni ad un regime che continua a uccidere o a far sopportare un duro carcere ai suoi oppositori? E soprattutto era opportuno questo passo da parte di un governo che col suo leader aveva gridato forte che la Spagna non avrebbe concesso al suo maggiore alleato nella Nato la possibilità di utilizzare le basi logistiche sul suo territorio? Sembra che ogni occasione sia buona per Sanchez per marcare la sua distanza dalle democrazie occidentali. L’altro ieri, ad esempio, egli si era esibito in un fragoroso uno-due. Dapprima aveva attaccato Trump affermando: «Nessun applauso a chi incendia il mondo e tira fuori un secchio d’acqua». Poi era passato al leader israeliano definendo «inaccettabile il suo disprezzo per la vita umana».

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Dimenticando però di dire che a disprezzare la vita umana in modo seriale sono proprio gli ayatollah contro cui questa guerra è stata aperta. Il pericoloso viatico di simpatia per i regimi nemici dell’Occidente è stato poi consacrato dalla conferma del viaggio a Pechino dal 13 al 15 aprile e dall’affermazione che sta lavorando per rafforzare i rapporti con Pechino alla ricerca, si potrebbe dire, di una improbabile “terza via” fra l’Occidente e i suoi nemici. Ma qual è il motivo di tutto questo frenetico agitarsi del leader spagnolo? Non credo che si vada troppo lontano se si osserva che il problema di Sanchez, come e più di altri leader europei, è di politica interna: il presenzialismo sulla scena internazionale dipende in prima istanza dal tentativo di far passare in secondo piano davanti all’opinione pubblica le enormi difficoltà del suo esecutivo. La maggioranza che lo sorregge è sempre più risicata e avere imbarcato gli indipendentisti della Catalogna non sembra essere stata una buona idea, né dal punto di vista degli ideali né da quello della concreta vita parlamentare. Non meno doloroso per Sanchez è il fronte della “questione morale” che, in segno di discontinuità verso il passato, aveva spinto gli spagnoli a dargli il potere nelle elezioni politiche del 2018. Sono i suoi più stretti familiari ad essere indagati per motivi di corruzione: dalla moglie, accusata di aver abusato della sua posizione di direttrice di un master universitario per favorire degli sponsor privati; al fratello vincitore di un posto pubblico che secondo gli inquirenti era stato appositamente creato per lui.

La cosa paradossale di tutta la vicenda concerne però la sinistra italiana, entusiasta di Sanchez proprio per il suo antiamericanismo e antioccidentalismo. È una vecchia storia: la sinistra è sempre pronta a trasformare in un punto di riferimento morale e in un eroe salvifico ogni leader straniero che solleciti i suoi atavici istinti antioccidentali. Salvo poi disilludersi e passare alla prima occasione a un altro eroe, spesso altrettanto improbabile e comunque sempre scelto per supplire a quella mancanza di identità che è attualmente la sua cifra più evidente. Ci vorrebbe un novello Eco, di destra ovviamente, per descrivere la fenomenologia del “salvatore” di cui a sinistra si ha costantemente bisogno e che viene scelto sempre seguendo le emozioni e le suggestioni del momento e mai in modo razionale.

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