Una flotta internazionale da mezzo milione di euro che batte bandiera francese, ma la cui cabina di regia non si trova in un ufficio di rappresentanza né in una società armatoriale, bensì tra le mura di un bar di Nantes ora sigillato dalle autorità.
Il cuore finanziario di una gran bella fetta della “Sumud Flotilla”, il convoglio pro-Gaza approdato a Napoli tra il 10 e il 13 aprile scorso, batte all’indirizzo del Café du Chapeau Rouge, uno spazio “woke” dedito all’attivismo Lgbtq che oggi risulta chiuso in seguito a una recentissima inchiesta della magistratura d’Oltralpe. Dietro l’imponente mobilitazione delle “Thousand Madleens to Gaza” — movimento nato nell’estate 2025 come risposta diretta al sequestro della nave Madleen da parte delle autorità israeliane, che fa parte della più ampia squadra navale dei “ribelli” che già nel settembre scorso ha tentato di forzare il blocco navale a Gaza — emerge infatti una strana rete di proprietà che fa capo a un’unica entità: l’Association pour l’amitié entre peuples. Ovvero: Associazione per l’amicizia tra i popoli. Una sigla come tante, anonima, che però nasconde insospettabili capacità finanziarie.
È l’Association pour l’amitié entre peuples che detiene la intera proprietà delle 18 imbarcazioni attraccate nel molo partenopeo, qualche giorno fa. Parliamo di barche, a vela e a motore, il cui valore oscilla tra i 15 e i 30mila euro ciascuna: il che significa che l’associazione di Nantes ha al suo attivo una flotta da oltre 500mila euro. Un bel patrimonio nautico, non c’è che dire, per una sigla che sembra spuntata dal nulla. E che sta partecipando a una traversata verso la Palestina che comporta un investimento da centinaia di migliaia di euro a settimana.
La domanda su dove abbia trovato i soldi a questo punto non è solo scontata, ma addirittura doverosa, considerato che sui social del locale oggi si legge: «Era uno spazio accogliente e politicamente impegnato. È stato sottratto con la forza ai suoi attivisti». Serrande abbassate, soldi finiti: come si mantiene, allora, la Thousand Madleens to Gaza?
Il Café du Chapeau Rouge non è un caso isolato nel panorama dell’antagonismo francese, anzi rappresenta l’emblema dei «Lieux de lutte», i luoghi di lotta dove l’autogestione diventa una sorta di scudo legale. In questi spazi, l’assenza di un unico responsabile identificabile rende complesso il lavoro delle autorità, poiché la gestione è diluita in collettivi che operano al di fuori dei canali istituzionali. Proprio Nantes, nei primi mesi del 2026, è stata epicentro di scontri e manifestazioni pro-Palestina che hanno portato a numerosi fermi per la partecipazione a cortei non autorizzati o per il possesso di materiale pericoloso, e alla chiusura di diversi luoghi d’incontro.
Ma ritorniamo ai conti che non tornano: a rendere opaca l’intera operazione del Café du Chapeau Rouge non è solo la capacità di acquisto dei natanti, ma i costi da sostenere per la loro manutenzione e la operatività.
Un esempio: il solo trasferimento da Marsiglia al molo partenopeo delle 18 imbarcazioni è costato circa 20mila euro e l’attracco ha richiesto altri 7 mila euro. E non si tratta soltanto di una tappa: dopo il capoluogo campano, dove il convoglio si è fermato un giorno in più (fino al 13 aprile) a causa delle avverse condizioni meteo, le 18 imbarcazioni hanno fatto rotta verso la Calabria. La storiella dei giovani comunisti che fan la colletta per mettere il carburante nelle barche non regge e non ha mai retto: allora, chi c’è dietro?