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I confini delle nuove tecnologie e le accuse di omicidio a ChatGpt

Lo studente accusato di una sparatoria negli Usa l'anno scorso avrebbe chiesto al chatbox dei consigli su come muoversi
di Corrado Ocone giovedì 23 aprile 2026

3' di lettura

Uno studente universitario chiamato Phoenix Ikner è in carcere perché accusato della sparatoria che giusto un anno fa ha causato in Florida la morte di due giovani e il ferimento di altri sei. Purtroppo è una storia che si ripete spesso, in America soprattutto: uno studente disadattato, spesso eccentrico e misogino, apre il fuoco all’impazzata e miete vittime innocenti. Questa volta però la procura ha avviato un’indagine, secondo il New York Times, contro OpenAI, la società che controlla il sistema di Intelligenza Artificiale ChatGPT: lo studente avrebbe infatti chiesto al chatbox consigli sulla risonanza che il suo gesto avrebbe avuto e sull’orario in cui il luogo prescelto, la sede dell’associazione degli studenti universitari, sarebbe stato più affollato. Di fronte a notizie come queste la prima reazione, direi istintiva, è quella di esigere leggi che vietino e proibiscano l’uso di strumenti che possono diventare tanto pericolosi. L’IA, si dice, è lo strumento “definitivo” che potrebbe portare l’umanità ad autodistruggersi, sia perché può finire in mano a malintenzionati sia perché potrebbe autoprogrammarsi in funzione antiumana.

Occorre chiarirsi. Ogni tecnologia, al suo apparire, è stata considerata pericolosa dagli uomini, i quali, se da un lato cercano sempre novità che possano cambiare la loro vita e migliorarla, dall’altra ne hanno paura perché tendono per natura a conservare il loro stato. Anche la scrittura, quando fu introdotta, venne considerata dagli antichi deleteria per l’umanità in quanto avrebbe gradualmente distrutto la memoria che si trasmette soprattutto oralmente. Come siano poi andate le cose, è a tutti noto. Quello che costantemente può osservarsi è l’asimmetria fra il progresso umano, che è sempre più veloce e oggi addirittura accelerato, e la capacità di risposta adattiva dell’uomo. Il filosofo Gunther Anders ne derivava che l’ «uomo è antiquato» rispetto alla Tecnica, cioè ai prodotti del suo stesso fare, e questa è sicuramente una parte della verità.

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Anche l’IA è maturata così in fretta, almeno nel suo uso popolare, che non abbiamo ancora l’educazione mentale adatta per non farcene dominare. Una condizione che ovviamente si fa più grave in chi non è ancora maturo oppure ha problemi mentali accertati. Fa bene la procura a chiedere lumi a OpenAI sui sistemi di programmazione usati e sulla formazione interna dei programmatori. Se qualcuno è responsabile, ne risponderà con le leggi già in vigore. Sarebbe però sbagliato chiedere allo Stato un codice di programmazioni unico su “basi etiche” da imporre e far rispettare alle aziende. In un’ottica liberale, ritengo che lo Stato, piuttosto che vietare o regolamentare, debba muoversi con accortezza lungo due sole direzioni.

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Da una parte, dovrebbe favorire la concorrenza fra le aziende, e quindi fra i programmatori, perché, se non esiste una etica unica da imporre per decreto come “verità di Stato”, nemmeno può esistere quella, sempre unica, impostaci da aziende che operano nel loro settore in regime oligopolistico o addirittura monopolista. Dall’altra parte, lo Stato dovrebbe proporsi, attraverso i sistemi educativi e formativi a sua disposizione, di accorciare quel gap, di cui parlava Anders, creatosi fra le macchine, da noi create, e la nostra mente, che, senza conoscerle fino in fondo, si affida ad esse in modo acritico e deresponsabilizzante, vuoi per chiedere ad esse un consiglio medico vuoi per rendere più efficace le nostre azioni. Fossero pure criminali come quelle messe in atto dal giovane Ikner in Florida.

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