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Chi è Paolo Zampolli, l'amico di Trump che vuole l'Italia al Mondiale

di Pietro Senaldi venerdì 24 aprile 2026

5' di lettura

Di professione, fa cose e vede gente. Non è una definizione che mira a demolirlo, è quello che dice di sé Paolo Zampolli, classe 1970, milanese doc anche se in città è difficile trovare qualcuno che si ricordi di lui. «Sono sempre stato bravo a mettere in contatto le persone e far accadere gli eventi», si descrive l’amico italiano di Donald Trump, trapiantato da trent’anni a New York. Vive a Gramercy Park. La sua casa è al centro di un quartiere-giardino privato e recintato nel cuore di Manhattan, tra Park Avenue e la First Avenue. Trentamila dollari al metro, al netto dei Canaletto e dei Picasso che l’imprenditore può permettersi di sfoggiare in salotto, ma anche in corridoio.

Figlio di Giovanni, industriale della Harbert Giocattoli, che in Usa esportava il “Dolce Forno”, regalo di Natale tipico per le bambine degli anni Ottanta, Paolo non si è laureato ma ha un triplo master nell’arte di arrangiarsi. Sedicente parente alla lontana di Papa Paolo VI- chi può smentire, ormai? -, Paolo Zampolli I, quando il padre è morto, per un po’ si è occupato degli affari di famiglia. Si è stufato presto dei balocchi di plastica però e quindi è emigrato per fondare un’agenzia di top model, la Id Model Management. Il lavoro lo sa fare bene. Uno dei risultati più tangibili di questo è l’essere il Cupido tra Donald e Melania (Knauss, da non sposata). Paolo ha presentato al futuro presidente quella che diventerà sua moglie, al tempo solo una modella. Zampolli la aveva a libro paga in agenzia e l’aveva convocata a una festa al Kit Kat Club, nel lontano 1998. Era nella Grande Mela da meno di cinque anni e già ne aveva mangiata metà.

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Queste però sono cose che ormai in tanti sanno, come la sua nomina nel consiglio d’amministrazione del Kennedy Center fin dal primo mandato di Trump presidente e la sua partecipazione al Board of Peace di Trump per ricostruire Gaza. D’altronde, proprio grazie a The Donald, Zampolli ha esteso ben presto i propri interessi dalle modelle all’immobiliare: usava le ragazze per vendere i palazzi perché, come ebbe a dire «le donne bellissime incontrano le persone più ricche e potenti». Tutto ciò per spiegare perché Paolo può riuscire là dove Giampiero Ventura, Roberto Mancini e Ringhio Gattuso, allenatori con la testa troppo nel pallone, hanno fallito: portare la nostra Nazionale ai Mondiali di Calcio in Usa che inizieranno l’11 giugno prossimo. Come? Naturalmente senza giocarcela sul campo di pallone, ma prendendo il posto di qualcun altro, non per meriti ma per conoscenze e millantato credito. Fuori l’Iran dunque, con cui il padrone di casa, Trump, è in guerra e dentro l’Italia. Zampolli, tra i tanti, è amico intimo anche del presidente della Fifa, Gianni Infantino, un altro italiano che ha fatto fortuna all’estero, e lo sta pressando in tal senso. I due cervelli in fuga condividono il progetto.

Ci sono due cose però che si oppongono all’idea. Il primo ostacolo è rappresentato dalle norme, che impediscono di escludere l’Iran, a meno che non sia il regime a decidere di ritirarsi; e, nel caso, il diritto di sostituirlo spetterebbe alla prima nazionale asiatica esclusa, gli Emirati Arabi, o tuttalpiù alla Bolivia, che ha perso l’ultimo spareggio per l’accesso alla competizione. Il secondo impedimento è costituito dall’invidia umana. I nostri capifila di sport e di politica sono contrari al progetto. I suddetti sostengono di opporsi in nome dei sacri principi olimpici e affini, noi maligni pensiamo che sia invece perché il merito non andrebbe a loro bensì alla trimurti Zampolli-Infantino-Trump.

Il newyorkese di Milano ci aveva già provato quattro anni fa, sempre a scapito dell’Iran. Aveva scritto una lettera ufficiale a Infantino chiedendogli di ripescare l’Italia e far fuori gli ayatollah, «perché non si può tollerare oltre la violenza del governo di Teheran contro il suo popolo». Allora però i Mondiali si giocavano in Qatar, che del regime teocratico è quasi dirimpettaio. Ora che il padrone di casa è The Donald, l’impossibile potrebbe anche diventare realtà. Perché non partire dal calcio, anziché dalle bombe? La fantapolitica racconta che l’ammissione degli azzurri sarebbe un modo con cui il presidente americano rimedierebbe agli attacchi nei confronti di Giorgia Meloni, che nulla gli ha chiesto in merito, è bene specificare. La sinistra non ha ancora dato alla premier la colpa dell’esclusione dell’Italia dalla competizione iridata, ma è solo questione di tempo, e quindi si potrebbe togliere ai compagni questo argomento che ha presa sul popolo. Una wild card come calumet della pace?

A pensarci bene non ci conviene. Sarebbe una polpetta avvelenata, senz’altro qualcuno si alzerebbe per rimproverare a Giorgia di aver barattato i diritti umani con quelli calcistici. Poi c’è il fattore Giuseppe Conte. Il grillino si vanterebbe di aver propiziato lui il miracolo, grazie al pranzo romano con Zampolli documentato da Libero. Già lo sentiamo: «Ho detto a Paolo di dire a Donald che sbagliava tutto sulla guerra e allora quello ci ha pensato e ci ha fatto entrare ai Mondiali; d’altronde io all’oratorio giocavo centravanti, avevo un bel tocco di palla...».

In effetti, però, perché non fare tutti il tifo per Zampolli, che per realizzare il suo piano avrebbe però dovuto incontrare Conte Antonio e non Giuseppi. Meglio fidarsi dell’americano di Milano, improbabile solo in apparenza, piuttosto che di Gabriele Gravina, il presidente della Federcalcio che ha fallito tutte le qualificazioni ed è stato costretto a dimettersi. Sarà rimpiazzato il 22 giugno, a Mondiale già iniziato. Zampolli, a differenza dell’ex dirigente calcistico, è lucido, cinico, calcolatore, opportunista, è pronto a tutto e non teme nulla. Di lui aveva paura perfino Jeffrey Epstein, che in una mail del 2011 avvertì un uomo d’affari degli Emirati: «Attento, Paolo è un problema, vende storie alla stampa». Su una cosa però siamo pronti a scommettere: a fargli venire l’idea non è stato l’incontro con Giuseppi, non è stato il cuore da vecchio tifoso azzurro e neppure c’entra la prospettiva di fare un favore a Giorgia.

Riflettendoci bene, un mondiale così potremmo anche vincerlo. In fondo, a parte i titoli conquistati dagli undici azzurri di Vittorio Pozzo, ma era l’anteguerra, tutte le volte che abbiamo trionfato ci siamo presentati malmessi, screditati e senza speranze. Nel 2006 era appena scoppiata Calciopoli, il pallone italiano era stato commissariato e la Nazionale era in buona parte composta da giocatori della Juventus, retrocessa in quanto ritenuta la mela più marcia del cesto. Nel 1982 pure eravamo reduci da uno scandalo, quello delle scommesse. Per schierare Paolo Rossi, tre gol al Brasile di Zico e Falcao, senza il quale non avremmo mai vinto, abbiamo dovuto inventargli una grazia. A lui e non a Bruno Giordano, per evitare rivalità, decisione tipico esempio di iniquità e familismo italico. Stavolta siamo messi meglio: siamo scarsissimi ma pieni di ormoni, non avremmo bisogno neppure della carnitina.

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