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Il messaggio del Papa sulla Bomba iraniana

di Mario Sechi mercoledì 6 maggio 2026

2' di lettura

Nel 1993 Samuel Huntington pubblicò un libro intitolato “La terza ondata”, uno studio sui processi di democratizzazione alla fine del XX secolo. Ne riporto un passaggio che può essere utile a inquadrare lo scenario, ieri e oggi: «Con Giovanni Paolo II, il Vaticano si è decisamente spostato al centro della lotta contro l’autoritarismo. Nel marzo 1979, nella sua prima enciclica, Giovanni Paolo II ha esplicitamente denunciato le violazioni dei diritti umani e ha identificato la Chiesa come il “guardiano” della libertà, “quale condizione e fondamento della dignità della persona umana”. Anche i viaggi papali hanno assunto un’importanza chiave. Giovanni Paolo II ha dimostrato la capacità di apparire in tutta la sua maestosità pontificia nei momenti critici del processo di democratizzazione (...) Lo scopo di queste visite era ufficialmente quello pastorale. Ma gli effetti erano invariabilmente politici».

Sono parole che aiutano a inquadrare la faglia che si è aperta tra l’amministrazione Trump e il Vaticano di Papa Leone XIV: il posizionamento della Chiesa cattolica nel gioco geopolitico. Il fatto che la Casa Bianca attribuisca grande rilevanza al ruolo del Papa sulla scena internazionale è un punto notevole, fa la differenza rispetto a Obama e a Biden (che a loro volta ebbero profondi contrasti con il Vaticano). Per Trump la Chiesa è un fattore di cambiamento, le parole del Papa hanno riflessi sulla partita interna degli Stati Uniti, è una questione di valori dell’elettorato repubblicano e democratico. La sua declinazione del tema è rozza, ma l’idea è fondata (e discussa all’interno della Chiesa).

Ieri Prevost ha parlato del problema della bomba atomica iraniana e l’ha fatto finalmente con parole chiare: «La Chiesa da anni ha parlato contro tutte le armi nucleari, quindi lì non c’è nessun dubbio». Sul piano diplomatico è un passo avanti che rende ancora più carico di significato (e aspettative) l’incontro di venerdì prossimo del segretario di Stato Marco Rubio con il Pontefice. Non si tratta di un singolo punto dell’agenda (l’Iran), ma di un sistema di pensiero (e di azione diplomatica della Santa Sede) che per la Casa Bianca non può restare nell’indefinito «predicare la pace» che ieri ha ribadito il cardinale Pietro Parolin. Anche Karol Wojtyla la predicava, la pace, ma diceva esattamente dove stavano il Bene e il Male, ne fece il punto più forte del suo pontificato. Papa Leone XIV, in un mondo che presenta shock geopolitici e rischi esponenziali, ha una sfida che per molti versi è simile a quella che si trovò di fronte Giovanni Paolo II. La domanda allora diventa quella a cui rispose Wojtyla: la Chiesa è «guardiano» della libertà?

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