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Rubio da Meloni ci ricorda che Washington non è un nemico

Il Segretario di Stato e la premier ribadiscono gli interessi dei rispettivi Paesi ma all’interno del rapporto transatlantico.
di Costanza Cavalli sabato 9 maggio 2026

4' di lettura

Nella diplomazia tra grandi alleati, gli insulti hanno la durata di un capriccio mentre l’interesse nazionale non muta con l’umore del tycoon: Donald Trump avrà anche detto di essersi sbagliato a pensare che Giorgia Meloni avesse «coraggio», ma ieri il suo Segretario di Stato Marco Rubio è stato a Palazzo Chigi per un’ora e mezza, davanti a un espresso, con Iran, Hormuz, Libano, Libia e Nato sul tavolo. «Un incontro costruttivo, franco, tra due nazioni che comprendono quanto sia importante il rapporto transatlantico - ha detto la premier - ma entrambi sappiamo quanto sia necessario, per ciascuno, difendere gli interessi nazionali: l’Italia difende i propri, esattamente come fanno gli Stati Uniti».

La visita matura in un momento di insolita frizione bilaterale, culminato con il negato uso di Sigonella per operazioni di combattimento contro l’Iran, e Meloni aveva respinto le accuse del presidente americano definendole «non corrette». Il precedente - la crisi diplomatica Craxi-Reagan- risale a quarant’anni fa e si concluse con un «Dear Bettino», ma vale la pena ricordare come andò a finire: il terrorista Abu Abbas lasciò l’Italia su un aereo diretto in Jugoslavia, gli alleati europei non condivisero mai quella posizione, e il tentativo di farne bandiera del Psi non premiò Bettino Craxi quanto sperava. Meloni conosce quella storia: tenere il punto sulla sovranità è legittimo, trasformarlo in capitale politico è un errore già visto. Rubio ha articolato la posizione americana con nettezza. Sull’Iran: il regime rivendica il diritto di controllare acque internazionali. «Il mondo dovrà decidere se è disposto a normalizzare questa situazione. Perché se lo fa, preparatevi: altri dieci Paesi faranno lo stesso». Sulla Nato: si è detto «forte sostenitore» dell’Alleanza, ma ha avvertito chi nega l’uso delle basi nei momenti critici – «Gli Usa sono nella Nato per proiettare forza in Europa. Se questo non vale più per alcuni Paesi, è un problema da esaminare»- con il riferimento alla Spagna dichiarato e quello all’Italia implicito e non meno pesante. Ha aggiunto un invito a tutti gli occidentali: «Tutelare i propri interessi economici», un messaggio che Roma non ha bisogno di tradurre, visto che gli Stati Uniti sono il secondo partner commerciale italiano e il primo mercato per le esportazioni fuori dall’Unione europea.

L’Italia ha risposto con una posizione articolata: i dragamine sono disponibili per Hormuz, prima nel Mar Rosso dove è attiva la missione europea Aspides a guida italiana, poi trasferibili nello Stretto dopo un cessate il fuoco stabile e con il voto del Parlamento. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha offerto anche la Guardia di Finanza per contrastare i finanziamenti illeciti a Hezbollah, nell’ambito della strategia che Meloni ha sintetizzato così: «L’Italia storicamente gioca un ruolo: penso alla Libia e al Libano». In Libano con Unifil e con la missione Mibi che addestra le Forze Armate Libanesi, unica istituzione unitaria rimasta in piedi; in Libia con Eni, presente dal 1959. Il giorno prima Meloni aveva ricevuto il premier Abdul Hamid Dbeibeh: il gasdotto Greenstream - 520 chilometri di fondale tra Mellitah e Gela - porta gas libico in Sicilia, mentre gli investimenti nel giacimento NC-7, nel bacino di Murzuq, puntano su riserve tra le più rilevanti del Paese. Per Washington, che vuole tenere Tripoli fuori dall’orbita russa e cinese, la presenza italiana è un presidio, per Roma è approvvigionamento. È una costante che risale a prima di Sigonella. Craxi difese Abu Abbas anche per il cosiddetto Lodo Moro, accordo tacito di non belligeranza con i gruppi palestinesi in cambio della protezione degli interessi italiani nel mondo arabo. Il Piano Mattei di Meloni è l’erede geostrategico di quella logica: l’Italia come interlocutore del Sud globale, con gas, infrastrutture, presenza. Il dilemma è lo stesso di quarant’anni fa- sicurezza atlantica contro stabilità mediterranea - e resta irrisolto per un Paese che deve far quadrare la lealtà verso Washington con la dipendenza energetica da Paesi che Washington vorrebbe isolare.

In un’Europa che rischia di guardare troppo a est - governi che tentennano su Pechino, schivano il confronto con Mosca, faticano a considerare Teheran una minaccia - Meloni è stata la sola premier europea all’insediamento di Trump nel gennaio 2025 e resta l’unica leader di peso con una visione convintamente atlantica. Rubio è venuto a difendere un asset che gli Stati Uniti non possono perdere: a Cameri c’è l’unico centro di manutenzione degli F-35 fuori dagli Usa per l’area Euro-Mediterranea; le fregate classe Constellation della Us Navy sono costruite sul progetto italiano Fremm di Fincantieri.
Reagan scrisse «Dear Bettino» perché non poteva fare a meno del Mediterraneo italiano. Trump non ha ancora scritto nulla a Meloni, ma ha mandato il suo uomo a Roma a imparare l’italiano.
Resta però un dettaglio non secondario: l’intera costruzione - i dragamine, la missione post-Unifil, il ruolo italiano nel Libano che Washington vuole in pace con l’alleato israeliano - funziona se l’Iran accetta di abbandonare il nucleare (linea rossa ribadita ieri dalla Farnesina). Se non lo accetta, mercoledì Tajani e Crosetto si troveranno davanti alle commissioni parlamentari a rispondere di navi che non sanno dove mandare e di una pace che non c’è.

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