Sondaggi negativi senza precedenti, segni di stanchezza fisica. E soprattutto il malcontento che monta non solo tra la popolazione, ma anche nel fronte interno, al Cremlino: Vladimir Putin è nel mirino e, forse, non è mai stato così debole, almeno nella "sua" Russia. A dare la cifra del momento attraversato dallo Zar è stata la sua espressione durante la parata per l’anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale: volto teso, atteggiamento insofferente e parole che hanno sorpreso osservatori e diplomatici. "Il conflitto sta per volgere al termine", ha dichiarato lo Zar, aprendo a un possibile cambio di linea dopo oltre quattro anni di guerra.
Sul campo, infatti, lo scenario è molto diverso da quello immaginato da Mosca all’inizio dell’invasione. Il progetto di conquistare rapidamente Kiev e spodestare Volodymyr Zelensky è fallito da tempo. Il fronte si è trasformato in una guerra di logoramento, con l’esercito ucraino capace non solo di resistere, ma anche di contrattaccare in più occasioni, mettendo in seria difficoltà le strategie del Cremlino.
Intanto, dentro la Russia, aumentano le pressioni. Le sanzioni occidentali continuano a pesare sull’economia, mentre nelle grandi città cresce la preoccupazione per le conseguenze del conflitto. A tutto questo si aggiungono indiscrezioni e tensioni interne ai palazzi del potere, con le voci di un possibile golpe che continuano a circolare attorno alla leadership russa. Sul piano internazionale, poi, Mosca appare sempre più isolata: l’Iran, storico alleato militare, è in forte difficoltà, mentre la Cina mantiene una posizione prudente, evitando un coinvolgimento diretto.
In questo contesto si inseriscono anche le pressioni diplomatiche di Stati Uniti, Europa e Vaticano. Donald Trump continua a spingere per una soluzione negoziale, mentre da Kiev arrivano segnali di disponibilità a trattare pur senza cedere sui territori occupati. Zelensky, da tempo, sostiene di essere pronto a discutere pur escludendo incontri diretti a Mosca. E Putin apre alla fine del conflitto: una circostanza che può essere figlia del timore, mai così concreto, di perdere il potere.