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Usa e Cina, superpotenze condannate a trattare. Alternative? L'Apocalisse

di Costanza Cavalli mercoledì 13 maggio 2026

4' di lettura

Nell’aprile 2025 Donald Trump impose dazi al 145% sulle importazioni cinesi. La Cina rispose bloccando le esportazioni di terre rare. Le borse traballarono, le catene di fornitura si incepparono e l’amministrazione statunitense cambiò direzione. La crisi insegna ciò che nessun documento diplomatico ammette: Washington e Pechino possono farsi del male, ma non possono separarsi senza un costo superiore a qualsiasi guadagno tattico. Per questo Trump e Xi Jinping si vedranno domani a Pechino, il 137esimo incontro tra i leader di Usa e Cina da quando Nixon strinse la mano a Mao nel 1972.

L’anno scorso Pechino ha accumulato 1,2 trilioni di dollari di surplus commerciale, il più alto della storia; Washington ha stanziato 1,5 trilioni per la difesa nel 2027, il budget più elevato dalla Seconda guerra mondiale. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che un «disaccoppiamento generalizzato» sarebbe «impossibile»: i tentativi degli ultimi anni non hanno diviso i Paesi, li hanno costretti a fare affari attraverso intermediari come Vietnam e Messico, moltiplicando i costi senza eliminare la dipendenza. Il commercio si è mimetizzato, non dissolto. La Cina, inoltre, detiene ancora centinaia di miliardi di Treasury americani e il renminbi non è pronto a sostituire il dollaro: il vincolo finanziario è ben più difficile da spezzare rispetto a dazi e terre rare.


A confrontare le carte programmatiche delle superpotenze emerge qualcosa di più interessante della constatazione che entrambi vogliono evitare la guerra: emerge che la evitano per le stesse ragioni. La Strategia di Difesa Nazionale americana del gennaio 2026 abbandona il liberalismo internazionale: la formula verso la Cina è «forza, non confronto», gli obiettivi sono «pace dignitosa» e stabilità commerciale.

Il Libro Bianco cinese del maggio 2025 arriva alla stessa conclusione: per Xi non esiste modernizzazione senza stabilità esterna. Il paradosso è più profondo di quanto sembri: un conflitto su Taiwan non fermerebbe il progetto di Xi, lo cancellerebbe. Ne emerge un contenimento reciproco gestito: nessuno può permettersi la guerra senza distruggere ciò che sta costruendo in casa.

La risposta americana è quella che Elbridge Colby, consigliere del Pentagono fin dalla prima amministrazione Trump, chiama strategia dell’impedimento: uno schieramento preventivo lungo la Prima catena di isole – dal Giappone alle Filippine passando per Taiwan – che renderebbe un’invasione cinese così costosa da essere abbandonata prima di cominciare. La due giorni del 14-15 maggio è il primo di quattro incontri previsti durante l’anno: seguiranno l’Apec (lla Cooperazione economica Asia-Pacifico) a Shenzhen, il G20 a Miami e una visita di stato di Xi a Washington. Stavolta l’urgenza è l’Iran: Bessent ha chiesto pubblicamente che la Cina usi la propria influenza su Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz; Xi ha bisogno delle stesse rotte per la sua industria. È interesse materiale condiviso e Pechino lo ha dimostrato ricevendo il ministro degli Esteri iraniano nei giorni scorsi.

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Sul commercio, la novità è il Board of Trade proposto dal rappresentante Usa Jamieson Greer: un tavolo permanente per stabilire cosa la Cina acquista dagli Usa (Boeing, soia, carne del Midwest). Meccanismo già tentato con il Giappone negli anni Novanta, all’epoca si rivelò ingestibile: gli scambi obbediscono alla convenienza, non ai decreti. E c’è un precedente che insegna: nel 2017 Xi presentò a Trump accordi da 250 miliardi che non si materializzarono mai.

Taiwan non entrerà nei comunicati, ma condiziona ogni calcolo. A fine 2025, Washington ha approvato in sordina vendite record di armi all’isola. Xi ha detto ai quadri del partito che la questione «deve giungere a una risoluzione definitiva». Secondo Yun Sun dello Stimson Center, Xi proporrà una cena privata con una lista dei desideri: nella versione più ambiziosa, gli Usa sosterranno esplicitamente la riunificazione pacifica con la provincia ribelle.
«Dimmi il prezzo - Iran, commercio, il dissidente Jimmy Lai - dimmi solo il prezzo», dirà Xi a Trump.

Sul fronte militare, due temi dominano. L’intelligenza artificiale: Xi arriva con un Piano quinquennale, orientato a robotica, 6G e IA autonoma, che mina il primato tecnologico americano. Il nucleare: la Cina punta a 1.500 testate entro il 2035, il riarmo più rapido dai tempi della Guerra Fredda, mentre il trattato New Start tra Usa e Russia è scaduto a febbraio senza sostituto.

Tra le due superpotenze non c’è aria di rottura, ma la situazione si fa più tesa. C’è però un paradosso strutturale che nessuno dei due può dire ad alta voce: Trump deve sembrare inflessibile con Pechino per la base elettorale, Xi irremovibile su Taiwan per il Partito. La performance pubblica della durezza e la necessità privata dell’accordo sono l’architettura reale del rapporto.

Per Wu Xinbo dell’Università di Fudan, questo incontro segna la terza svolta cruciale delle relazioni sino-americane dopo Nixon nel 1972 e Clinton negli anni Novanta: Trump nel 2026 può ridefinire le regole della convivenza. Se il vertice produce stabilitàBoard of Trade, canali militari diretti, Taiwan congelata - ogni futura escalation diventa più costosa e quindi meno probabile.

Se fallisce, si accelera quella che Graham Allison ha chiamato la «trappola di Tucidide», la tendenza storica a far scoppiare una guerra quando una potenza emergente minaccia di soppiantare quella dominante, con Taiwan come detonatore. Come da 136 incontri, i leader troveranno un accordo su qualcosa, di molto altro neanche parleranno, e rimanderanno la questione alla trattativa numero 138. La diplomazia, diceva Will Rogers, è l’arte di dire «bel cagnolino» finché non si trova una pietra.

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