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Noi, i migranti e la lezione della Francia

di Giulio Sapelli lunedì 18 maggio 2026

2' di lettura

Mi ha sempre dato un profondo senso di disagio veder citato Frantz Fanon solo per i suoi, per altro interessantissimi, scritti anticolonialisti raccolti sotto il titolo dell’edizione einaudiana “I dannati della terra” e non leggere mai nessun riferimento ai lavori pionieristici ed epici che lo consegnano alla storia della psichiatria mondiale e che analizzano come non mai la malattia spirituale dell’immigrato che dal Nord Africa giungeva in una Francia terribile per tutti coloro che francesi non erano. Vorrei ricordare che negli anni Sessanta (del Novecento!), nel luglio del 1961, la polizia parigina uccise un centinaio di algerini che manifestavano per l’indipendenza della loro Patria e ne gettò a decine nella Senna senza che lo scandalo provocasse crisi di governi e dilemmi di coscienza su scala di massa.

Il seguito lo sappiamo: la reclusione nelle periferie e poi oggi il fenomeno “islamo-gauchiste” di Jean-Luc Mélenchon, con tutto ciò che consegue. In Italia nulla del genere, anzi: i maranza, ossia gli immigrati di seconda generazione, hanno la simpatia di molti e la nazione è spaccata in due proprio sui temi dei migranti e sul posto che debbono avere nella società. Ora abbiamo davanti ai nostri occhi lo spaventoso fatto di Modena - una città che amo e che conosco bene, forse più di tanti modenesi, proprio perché non ne sono figlio - che sbaglieremmo a giudicare come la conseguenza di politiche anti-migratorie e che invece è originata da quei fenomeni di sradicamento tanto precocemente descritti da Fanon. Fenomeni che, ieri come oggi, producono quel male mortale (per sé e per gli altri) che è il non lavoro o il lavoro dominato dal caporalato (di cui la rossa Puglia per decenni è stata la patria italica) come i recenti terribili avvenimenti hanno dimostrato.

A Modena siamo stati dinanzi a un fatto terribile di cui Sechi ha scritto a caldo pagine da imparare a memoria e su cui noi dobbiamo meditare, riflettendo sul fatto che, se non troviamo quanto prima una unità nazionale sul piano politico, si potranno ripetere frequentemente. Una politica migratoria inizia sottraendo il fenomeno migratorio ai trafficanti, come oggi è, e consegnandolo invece - come era prima dell’era terribile delle liberalizzazioni dell’Unione europea - allo Stato e non più al mercato dei commercianti di carne umana e della benevolenza pelosa.

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