Non bastavano le diatribe sulle cittadinanze concesse iure soli e iure sanguinis ad avvelenare due visioni della vita reale e di relazione, e della società utopistica. Adesso ci si mettono pure le cittadinanze onorarie, una specie di perversa moda trasversale e infestante che dall’omaggio alle più insigni personalità dell’umanità sono arrivate degradando fino alla capitana della nave umanitaria che speronò un’imbarcazione della Finanza e venne elevata dai peana della sinistra militante e antimilitarista a novella Antigone. Se fu vera gloriacelo dice già il presente, senza dover aspettare l’ardua sentenza dei posteri, Ma intanto la Firenze patria del Rinascimento ha negato le chiavi di casa al Premio Nobel 2025 per la pace Maria Corina Machado, mica un qualsiasi Barack Obama, uno degli idoli à la page della solita sinistra, che ebbe il riconoscimento preventivo (e l’assegno contestuale) sulla fiducia e poi si dedicò con impegno allo sport preferito da Marte.
Machado, per attirarsi l’ostracismo di compagne e compagni del Consiglio comunale della Firenze rossogigliata, non ha mosso divisioni e truppe speciali e neppure ordinato bombardamenti aerei, ma si è impegnata pagando in prima persona per la democrazia e la difesa dei diritti umani del suo Venezuela, governato da un certo Nicolás Maduro che però piaceva tanto tanto ai progressisti chic e ai nostalgici del bolscevismo di casa nostra, estromesso dal potere dal castigamatti Donad Trump. Tutto spiega, quindi, il disco rosso alla proposta del centrodestra fiorentino di insignire Maria Corina Machado della cittadinanza onoraria. Ispirandosi alla pasionaria Dolores Ibárruri (che però non fu facile profetessa), la falange biporporata Pd-Avs ha lanciato la parola d’ordine “no pasará”, e così è stato, con l’arrampicata petto in fuori non sulle barricate ma sugli specchi della presidente della Commissione Stefania Collesei (Pd), secondo la quale non è una figura che unisce e per non trasformare la cittadinanza in «uno strumento di parte», perché la venezuelana non è «Mandela o Gorbaciov».
Anche se è venerata e portata in processione dai dem e dagli ultradem a stelle intermittenti, stavolta il rosso sa di bocciatura secca per la rapporteuse Onu Francesca Albanese, bandiera oltranzista di Gaza e Palestina, bacchettatrice implacabile di chi non condivide i suoi postulati manichei su (ma soprattutto contro) Israele. Nella Parigi di liberté, égalité efraternité i comunisti, i verdi e France insoumise la volevano orgogliosamente citoyenne, ma MoDem, Renaissance e socialisti hanno detto di no: «la cittadinanza onoraria non può diventare uno strumento militante né un simbolo di radicalizzazione politica». Con 76 voti contro 48 la proposta è stata respinta e la chiave della città è rimasta nella tasca del municipio. Uno smacco bruciante per l’avvocatessa insorgente a ogni richiamo al 7 ottobre 2023, se si considera che la Ville Lumière si illuminò il 12 luglio 2019 per Carola Rackete alla quale venne concessa la cittadinanza onoraria e pure la medaglia “Grand Vermeil”.
O, forse, un provvido segnale di ravvedimento dei parigini. Che andrebbe esteso anche da noi alla moda delle concessioni di lauree honoris causa per una canzone e le cittadinanze a pioggia per una comparsata. Si è perso il conto delle municipalità alla rincorsa dello studente “bolognese” Patrick Zaki, arruolato nelle liste di mezza Italia, che non parlava e forse non parla ancora italiano, di cui comunque non si ricorda pronunciare un semplice “grazie” al governo italiano che lo tirò fuori dal carcere egiziano. La cattiva coscienza, pur manifesta, non ha dato segni di ravvedimento neppure a fronte delle decine di cittadinanze alla senatrice Liliana Segre, sedotta con gli onori e quindi abbandonata con i rigurgiti di antisemitismo che stavano e stanno dalla parte che non ti aspetti. Contrordine, compagni. Ma tutto è relativo.