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Carlo V-Reagan, l'angelo della storia non guarda avanti

Nel febbraio del 1557, Carlo V, 56 anni consumato dalla gotta, scese dalla lettiga e varcò il cancello del monastero di San Jerónimo di Yuste, in Estremadura
di Giovanni Longoni lunedì 25 maggio 2026

2' di lettura

Nel febbraio del 1557, Carlo V, 56 anni consumato dalla gotta, scese dalla lettiga e varcò il cancello del monastero di San Jerónimo di Yuste, in Estremadura. Aveva governato per trentacinque anni l’impero più vasto che il mondo avesse mai visto: 14 milioni di chilometri quadrati rispetto ai 5 dell’impero di Traiano. Aveva vinto tutte le battaglie decisive: piegato i comuneros, i borghesi delle città castigliane. Catturato il re di Francia a Pavia. Umiliato il Papa. Occupato Tunisi. Sconfitto i principi protestanti a Mühlberg.

Era nato a Gand e nelle ricche Fiandre crebbe e fu educato alla corte più raffinata d’Europa.
Come Lutero, anche Carlo d’Asburgo era un uomo del Medioevo. Il monaco agostiniano innescò l’età moderna, il sovrano sulle cui terre il sole non tramontava mai cercò di opporsi ai tempi nuovi ma non fece che affrettarne la venuta. Infatti la sconfitta dei comuneros portò alla creazione del primo Stato assoluto della storia, la Spagna di suo figlio Filippo II. Francia, protestanti e ottomani resistettero e alla fine gli sconfitti della storia furono l’impero e il papato universale. Perché Carlo era un nobile del passato: Francesco I dalla pubblicistica francese è considerato il re cavaliere e Carlo V un crucco come tanti. Invece l’Asburgo era cavaliere quanto il Valois e Francesco fu trattato con tutti gli onori e alla fine liberato. Quanto alla religione, il Cattolicissimo non solo saccheggiò Roma ma in fin dei conti rispettò la dignità dei suoi vassalli protestanti. Lutero non fece la fine di Jan Hus e i territori asburgici vennero rapidamente conquistati dall’eresia. A Yuste l’imperatore in pensione si fece celebrare le esequie da vivo: assistette alla propria cerimonia funebre.


*** Nel gennaio del 1981, Ronald Reagan salì al potere con un mandato semplice: fermare il declino americano, tagliare i conti e le ingerenze dello Stato. Veniva da Hollywood: attore non eccelso, sindacalista, governatore dello Stato più di sinistra, la California: gli avversari lo sottovalutarono fino alla fine. Tagliò le tasse, liberalizzò i mercati finanziari, licenziò dodicimila controllori di volo in sciopero con un decreto. Vinse la guerra fredda senza sparare un colpo. L’Unione Sovietica collassò perché non aveva trovato uno come lui. Reagan lasciò la Casa Bianca nel 1989 da trionfatore. Ma le fabbriche già chiudevano, i capitali liberati dalla deregulation cercavano manodopera a basso costo altrove nel mondo. Carlo V resta, con Carlomagno, l’unico uomo che abbia tenuto l’Europa in una mano sola. Reagan resta l’uomo che vinse la Guerra Fredda e, con Eisenhower, il più grande dei presidenti repubblicani dal 1945. I posteri li celebrano entrambi, e a ragione, come giganti. Ma nemmeno i giganti fermano le maree. Tuttalpiù, le sollevano.

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