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Donald Trump può fare meglio di Obama se non sigla una resa

I pericoli sono tre, e portano tutti all'ex presidente Usa: il cessate il fuoco fine a se stesso, il vuoto di verifica e i proxy rifinanziati
di Costanza Cavalli giovedì 18 giugno 2026

3' di lettura

A Bürgenstock, domani, sul lago di Lucerna, JD Vance e il negoziatore iraniano firmeranno un memorandum di poche pagine. Cessate il fuoco di 60 giorni, Stretto di Hormuz riaperto senza pedaggi, blocco navale revocato. Sul nucleare si legge che l’Iran si impegna a non costruire la bomba e ad «affrontare le preoccupazioni» sulle proprie scorte. Questo è il punto di partenza e spiega perché Trump può ancora ottenere ciò che a Obama non riuscì, a patto che riesca a schivare le mine della Repubblica islamica. Le 150 pagine del Joint Comprehensive Plan of Action videro la luce nell’estate del 2015 dopo 18 mesi di trattative in cui Washington legittimò il programma nucleare dei mullah: arricchimento al 3,67% consentito, centrifughe di nuova generazione in cantiere, clausole di scadenza che facevano decadere dopo 10 anni le restrizioni sulle centrifughe e dopo 15 i limiti sull’uranio arricchito. Obama lo ammise: stava comprando tempo, non sicurezza.

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Non solo: la revoca delle sanzioni riportò l’export petrolifero da quasi zero a oltre due milioni di barili al giorno, e decine di miliardi finirono a Hezbollah, Hamas, Houthi e alle milizie sciite. Quell’assegno è arrivato fino al pogrom del 7 ottobre. Trump ha infranto lo status quo che le amministrazioni Usa avevano preservato: ha polverizzato tre impianti nucleari iraniani, ha decapitato la catena di comando dei pasdaran, ha smantellato l’architettura missilistica e dei droni. Per la prima volta Israele ha operato in piena sintonia militare con Washington e gli Stati arabi del Golfo hanno collaborato con Gerusalemme, riuscendo in un’impresa ritenuta strutturalmente impossibile. Intanto, le sanzioni del Tesoro Usa hanno colpito le raffinerie petrolifere cinesi, la spina dorsale dei ricavi petroliferi iraniani. Il presidente ha ora la leva negoziale più potente mai costruita contro la Repubblica islamica. Ma una leva si perde.

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I pericoli sono tre, e portano tutti a Obama. 1. Il cessate il fuoco fine a se stesso. Una volta riaperto Hormuz e sbloccati i fondi congelati, il nucleare viene rinviato al prossimo round. È ciò che Teheran fa da vent’anni. 2. Il vuoto di verifica. Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, non sa dove siano i 440 chili di uranio arricchito al 60% censiti prima degli attacchi: forse sepolti nei tunnel di Isfahan, una delle strutture bombardate. I 60 giorni di tregua possono bastare per raggiungere un’arma atomica. Un memorandum senza ispezioni sempre e ovunque replica il “managed access” del 2015, e cioè l’accesso regolamentato che concedeva a Teheran fino a 24 giorni di preavviso prima di far entrare gli ispettori. 3. I proxy rifinanziati. Da quanto trapela, il testo non nomina missili né milizie. Hezbollah pretende il ritiro israeliano dal Libano come condizione. Riaprire i rubinetti senza chiudere quel capitolo significa rifinanziare la cintura di fuoco. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha invocato il modello libico: ogni grammo di uranio deve lasciare il Paese. Ma il punto non è quanto uranio resta, è chi lo controlla. Senza un accordo permanente e verificabile si tratterà di un altro cessate il fuoco à la Obama, stavolta con la firma di Trump.

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