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Trump-Meloni, l'ambasciatore Valensise: "I leader si insultano ma gli Stati restano"

di Costanza Cavalli martedì 23 giugno 2026

4' di lettura

Gli Stati non si offendono. Nei giorni in cui Donald Trump ha dato della questuante a Giorgia Meloni, la lezione dell’ambasciatore Michele Valensise, già segretario generale della Farnesina, oggi presidente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), è che sotto la schiuma delle dichiarazioni una corrente si muove e tiene unite Roma e Washington e lavora lontano dai tweet notturni.

Nel 1985 Craxi tenne testa a Reagan a Sigonella e l’Italia restò atlantica il giorno dopo. Cosa ci insegna quel precedente sullo scontro di oggi?
«L’episodio di Sigonella dimostra ancora oggi che per noi l’alleanza con gli Stati Uniti è molto importante, e non soltanto nel campo della difesa. Ma che tra alleati occorre sempre rispetto e, se necessario, fermezza nel difendere i propri diritti e i propri interessi».

Veniamo ai fatti recenti: Tajani salta la missione a Washington, Trump rilancia, Meloni invita a mantenere inalterati i rapporti con gli Usa. Quanto di tutto questo finirà negli archivi e quanto resterà nei rapporti reali tra i due Stati?
«Ormai dovremmo essere abituati alle dichiarazioni irrituali e anche offensive del presidente Trump. I rapporti tra Stati hanno una profondità e una complessità diversa, di cui anche i vertici dell’amministrazione americana dovrebbero essere coscienti. Per questo è prevedibile che gli attriti siano al più presto superati, con gli opportuni chiarimenti, nell’interesse comune».

Lei è stato segretario generale della Farnesina. Quando i leader litigano in pubblico, cosa continua a funzionare sottotraccia tra Roma e Washington- basi, intelligence, industria - che l’opinione pubblica non vede?
«Con gli americani esiste e funziona una fitta rete di contatti e di scambi sia bilaterali, sia negli organismi multilaterali, a cominciare dalla Nato. Si tratta di contatti meno esposti alla pubblicità delle dichiarazioni: è da quella rete che si riparte per rimettere il dialogo sul binario giusto».

L’Alleanza atlantica italiana nasce nel 1949 e attraversa il centrismo, il compromesso storico, Craxi, Berlusconi, i governi tecnici. Che cos’è che la rende strutturale e non legata a chi sta a Palazzo Chigi o alla Casa Bianca?
«La Nato costituisce da decenni il quadro di riferimento non per questo o quel governo, bensì per lo Stato italiano, al pari di quanto accade per gli altri membri dell’Alleanza. È basata su un vincolo di solidarietà e di mutuo sostegno e sinora ha perseguito un’efficace politica di deterrenza a possibili minacce. Sono aspetti che trascendono il colore politico dei governi. Rappresentano interessi strutturali e permanenti degli Stati membri».

Sigonella, Aviano, Napoli: Trump evoca una revisione della presenza militare Usa in Italia. È una leva negoziale o una minaccia che può davvero azionare da solo?
«Fa parte di una strategia di riequilibrio graduale delle forze americane in Europa, non di un progetto di abbandono dell’Alleanza, che non è all’ordine del giorno. In ogni caso, la sua decisione non rientrerebbe nei poteri del solo presidente degli Stati Uniti».

Trump rimprovera all’Italia spese per la Difesa inadeguate e la mancata adesione al Purl, il programma Nato che finanzia l’acquisto di armi statunitensi destinate all’Ucraina. Sul merito ha torto o ragione?
«Ha torto nella forma, non necessariamente sulla sostanza. La richiesta di assunzione di maggiori responsabilità da parte europea nel settore della difesa comune origina da amministrazioni precedenti a quella di Trump. Era nata con Barack Obama ed era stata ribadita da Joe Biden. L’attuale presidente l’ha solo ripresa con modalità e toni più ruvidi. Il che dovrebbe spingere gli europei a dare, nella misura possibile, una risposta non più rinviabile alla richiesta Usa».

Si parla molto delle conseguenze che la lite potrebbe avere su armi e basi, poco degli effetti sul commercio. Interscambio, export italiano, la partita dei dazi: quanto morde un litigio tra leader sulle imprese, e quanto regge invece la trama economica tra i due Paesi?
«I dazi si confermano come uno strumento inadatto a tutelare interessi che si intenderebbe proteggere. Ancora più negativa si rivelerebbe un’eventuale spirale di misure e contromisure tariffarie che penalizzerebbe tutti, senza avvantaggiare nessuno. L’interscambio e la sua crescita vanno promossi attraverso un negoziato equo, che rifletta il vero interesse — di imprese e consumatori — alla libertà di commercio e alla leale concorrenza».

Esiste oggi, per Roma, un’alternativa all’asse con Washington che non sia un indebolimento della nostra sicurezza?
«Per noi il ruolo di Washington resta cruciale. Il che non deve attenuare l’impegno per un rafforzamento della difesa e della sicurezza europea, in funzione non alternativa bensì complementare a quella sinora garantita dagli Usa».

Lei è stato ambasciatore a Sarajevo. Nei Balcani e nel Mediterraneo allargato Italia e Stati Uniti hanno interessi che nessun leader cancella. È lì che si misura la solidità dell'alleanza, lontano dai riflettori?
«L’impegno dell’Italia nei Balcani ha ragioni e radici profonde. Siamo da tempo in prima linea nel sostegno alla marcia di avvicinamento dell’intera regione all’Unione europea, che avrà una funzione stabilizzatrice dell’area. Quel processo passa attraverso una serie di necessarie riforme interne. È un terreno di convergenza oggettiva tra interessi italiani e statunitensi».

Berlino ha convocato per domani i leader dell’E5 (il formato che comprende Germania, Francia, Italia, Uk, Polonia) e Macron vedrà Meloni per il bilaterale ad Antibes il 25 giugno: l’Europa reagisce a Trump facendo blocco o ciascuno tratta per conto suo?
«C’è da augurarsi che gli europei evitino di andare in ordine sparso e credo che non lo faranno. Sanno che il modo più efficace per promuovere i propri interessi è di presentarsi coesi, con gli Usa come con gli altri attori sulla scena globale».

Vertice Nato, Ankara, 7 e 8 luglio. Una previsione netta: il summit ricompone la frattura o la certifica?
«Tutti i membri della Nato hanno interesse a confermare l’unità di intenti in seno all’Alleanza, ancora più necessaria in una fase di sfide e di incertezze come quella che stiamo vivendo. Confido che ad Ankara tutta la Nato parlerà con una voce sola e che non emergeranno divisioni interne all’Alleanza che farebbero piacere soltanto a Putin».

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