Il 1° agosto 2018 la Danimarca ha approvato una legge che vieta di circolare nei luoghi pubblici con il volto completamente coperto, compresi burqa e niqab. Una decisione che all’epoca suscitò un ampio dibattito, ma che si basava su un principio semplice: negli spazi pubblici ogni persona deve poter essere identificata. A distanza di anni, quella scelta appare oggi più attuale che mai.
Negli ultimi due anni anche l’Italia ha assistito a una lunga serie di operazioni condotte dalle Forze dell’Ordine e dalla magistratura contro il terrorismo di matrice islamista e contro reti che, secondo gli inquirenti, sarebbero riconducibili al finanziamento di organizzazioni terroristiche. Si tratta di attività investigative che dimostrano come il livello di attenzione resti elevato e come la prevenzione rappresenti uno degli strumenti più efficaci per garantire la sicurezza nazionale. Tra le indagini più rilevanti figura quella coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova, che ha portato all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di diversi soggetti accusati, a vario titolo, di aver raccolto e trasferito fondi destinati ad Hamas, organizzazione classificata come terroristica dall’Unione europea, dagli Stati Uniti e da numerosi altri Paesi. Nell’inchiesta compare anche Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia. Secondo la Procura, Hannoun avrebbe avuto un ruolo centrale nella presunta rete di raccolta fondi. L’interessato respinge ogni addebito e il procedimento giudiziario è ancora in corso.
A Reggio Emilia, gli investigatori hanno arrestato un giovane accusato di terrorismo internazionale. Secondo l’accusa, dopo un percorso di radicalizzazione attraverso la propaganda jihadista diffusa sul web, avrebbe maturato l’intenzione di compiere un’azione violenta in un luogo pubblico. L’intervento tempestivo della Digos e della Procura competente ha consentito di bloccare il presunto progetto prima che potesse essere realizzato.
Anche a Firenze e in altre città del Nord Italia sono state condotte operazioni che hanno portato all’arresto o al fermo di persone accusate di radicalizzazione, propaganda estremista e collegamenti con ambienti riconducibili al terrorismo internazionale. Sono attività che, pur svolgendosi spesso lontano dai riflettori, testimoniano un impegno costante nel prevenire possibili minacce prima che possano trasformarsi in tragedie.È proprio alla luce di questo contesto che la scelta compiuta dalla Danimarca nel 2018 merita una riflessione anche nel nostro Paese.
La questione, infatti, non riguarda la religione. La libertà di professare il proprio credo è un diritto fondamentale garantito dalla Costituzione e nessuno deve essere discriminato per la propria fede. Il tema è un altro: la sicurezza pubblica.
In una fase storica nella quale le minacce terroristiche continuano a richiedere un elevato livello di attenzione, poter identificare immediatamente una persona rappresenta uno strumento fondamentale per il lavoro delle Forze dell’Ordine. Un volto completamente coperto rende inevitabilmente più difficili i controlli, limita l’efficacia dei sistemi di videosorveglianza e può ostacolare le attività di prevenzione e identificazione.
Per queste ragioni sarebbe opportuno che anche l’Italia aprisse un confronto serio sull’opportunità di introdurre una normativa analoga a quella adottata dalla Danimarca, prevedendo che nei luoghi pubblici non possano essere indossati indumenti che impediscano il riconoscimento del volto, fatte salve le eccezioni previste dalla legge per motivi sanitari, di sicurezza o di lavoro.
Una simile norma non dovrebbe essere interpretata come un provvedimento contro una religione, ma come una regola generale valida per tutti. In uno Stato di diritto le leggi devono essere uguali per ogni cittadino e avere come obiettivo la tutela dell’interesse collettivo.
Garantire che chiunque sia riconoscibile negli spazi pubblici significa offrire alle Forze dell’Ordine uno strumento in più per svolgere il proprio lavoro e contribuire a rafforzare la sicurezza di tutti. Il dibattito su questo tema dovrebbe essere affrontato con equilibrio, rispetto e senso delle istituzioni, senza alimentare contrapposizioni ideologiche. Parlare di sicurezza non significa mettere in discussione la libertà religiosa, ma ricercare un punto di equilibrio tra diritti individuali e interesse generale.
Un doveroso riconoscimento va alle donne e agli uomini delle Forze dell’Ordine e della magistratura italiana, che ogni giorno operano con professionalità, competenza e spirito di servizio per prevenire minacce, contrastare il terrorismo e difendere la sicurezza del nostro Paese. A loro va il nostro più sentito apprezzamento e la nostra più sincera vicinanza per il lavoro difficile, spesso silenzioso e lontano dai riflettori, che svolgono quotidianamente per rendere l’Italia un Paese più sicuro. Il loro impegno rappresenta uno dei pilastri dello Stato di diritto e merita il rispetto e la gratitudine di tutti i cittadini.