L’improvvisa pressione migratoria lungo i confini di Ceuta non si può derubricare a mero episodio di cronaca né a una coincidenza fortuita. È piuttosto il riflesso nitido di un equilibrio geopolitico precario, dove la carne da cannone della disperazione individuale viene impiegata come leva di pressione diplomatica. Per comprendere quanto accade nell’exclave spagnola occorre ricomporre un mosaico i cui tasselli si muovono da tempo tra Madrid, Rabat e Algeri.
Il primo elemento chiave risiede nel fattore temporale. L’esplosione della crisi giunge a solo una settimana di distanza dalla visita ufficiale di Pedro Sánchez in Algeria, un tentativo strategico di ricucire i rapporti politici ed economici e blindare le forniture di gas alternative a quello russo. Quelle relazioni si erano rovinate quando la Spagna, in una svolta pragmatica ma dolorosa per gli algerini, aveva avallato il piano di autonomia marocchino per il Sahara Occidentale, ridimensionando le aspirazioni di autodeterminazione del Fronte Polisario. Già nel 2021 l’ospitalità concessa da Madrid a Brahim Ghali (leader dei secessionisti sahrawi) aveva scatenato una rappresaglia diplomatica culminata con l’ingresso illegale di 8mila persone a Ceuta.
L’attuale scenario suggerisce il ripetersi di una dinamica consolidata: la tolleranza o la calcolata passività della polizia di Rabat nell’allentare i controlli rappresenta la risposta immediata a qualunque manovra spagnola percepita come un riavvicinamento al rivale algerino. Lo scopo? Aumentare il malcontento contro Sanchez, idolo delle sinistre europee ma non degli elettori spagnoli. Sullo sfondo agisce poi la realtà interna del Marocco, segnata da un’eccedenza di giovani tra i 15 e i 30 anni privi di prospettive economiche, pronti a rischiare la vita pur di varcare la soglia europea o a trasformarsi in “predoni” al servizio del governo. Da notare infatti che migliaia di migranti che hanno fatto irruzione a Ceuta sono poi tornati indietro, privi di reali intenti migratori. A questo si aggiungono i cortocircuiti normativi dell’Ue e della Spagna. Mentre Bruxelles stringe le maglie della legislazione, Madrid si trova imbrigliata tra un insensato processo di regolarizzazione e le recenti sentenze ideologiche della Corte Suprema, che vietano i respingimenti immediati per chi accede via mare.
La crisi di Ceuta dimostra come la sicurezza delle frontiere meridionali d’Europa rimanga ostaggio di capricci diplomatici. Peraltro in questo caso con Paesi che non sono dilaniati da guerre né lotte tribali. Che tuttavia dimostrano di non avere pietà quando c'è da usare armi umane. Sul confine orientale, quello tra Polonia e Bielorussia, l’Ue considera manovre del genere come atti di guerra. Con conseguente pugno duro. Ma perché nel Sud no?