Riuscire a rilevare la presenza di appena 10 jihadisti già espulsi dalla Spagna, su un totale di 72mila immigrati clandestini arrivati nella città autonoma di Ceuta dal Marocco, rappresenta un risultato ancora piuttosto modesto dal punto di vista investigativo. Quindi gli esperti del ministero dell’Interno di Madrid continueranno a visionare i filmati dell’invasione dal mare della scorsa settimana, le immagini diffuse dai media e quelle pubblicate sui social network, informa il quotidiano El Español, alla caccia di altri personaggi pericolosi, mescolati ai migranti, magari presenti fra i circa cinquemila che non sono stati rimpatriati.
All’interno del primo gruppetto, rilevato dalle telecamere di sorveglianza del perimetro di confine, gli agenti del commissariato generale per l'Informazione della Polizia Nazionale e del quartier generale dell’Informazione della Guardia Civil hanno riconosciuto soggetti arrestati, condannati ed espulsi in Marocco anni fa, ma è molto probabile che ve ne siano altri, magari non presenti negli archivi del ministero dell’Immigrazione o dei servizi d’intelligence. Fra la folla si trovavano anche algerini, maliani, sudanesi, tutta gente della quale sono ignote le generalità, la fedina penale e le eventuali affiliazioni a gruppi che combattono la guerra santa.
Le frontiere fra l’Africa settentrionale e i Paesi subtropicali sono porose, tanto che nella Strategia Nazionale Antiterrorismo 2023 si descriveva la crisi del Sahel come inevitabilmente destinata a influenzare gli interessi nazionali della Spagna, attraverso «la situazione della sicurezza nel Maghreb» e «soprattutto per quanto riguarda la minaccia terroristica e l’aumento dei flussi migratori irregolari verso il nostro Paese». L’anno successivo, il documento sulla Strategia Nazionale per la Sicurezza Marittima metteva in guardia le autorità sulla possibilità che attori statali o non statali utilizzassero «ondate incontrollate di immigrazione irregolare» come strumento all’interno di strategie ibride.
Sono le indagini giudiziarie, fra l’altro, a documentare che, proprio sugli ingressi da Ceuta, è opportuno porre particolare attenzione. Dal dicembre 2006 - poco più di due anni dopo gli attentati islamici a Madrid dell’11 marzo 2004 che causarono 193 morti e oltre duemila feriti - iniziano i primi arresti importanti in quella che la stampa locale chiama già la “culla dell’estremismo”, dove nel frattempo sono emerse reti create e integrate da individui che aderiscono ai principi e ai valori del salafismo jihadista. E quell’ambiente, ermeticamente chiuso agli spagnoli “infedeli”, risulta coinvolto in numerose attività criminali e terroristiche.
Nel 2021, la polizia ha bloccato i membri di una cellula jihadista, che aveva progettato un attacco con armi da fuoco ed era arrivata nella penisola iberica proprio attraverso lo Stretto di Gibilterra. Lo stesso percorso, dicono i dati del 2022 del ministero dell’Interno, è stato seguito da almeno 15 terroristi islamici arrestati negli ultimi anni, per intrufolarsi in Spagna sfruttando le rotte dei trafficanti di esseri umani. Per fermare i flussi di clandestini i governi di Madrid e Rabat collaborano in operazioni congiunte per smantellare le reti che operano su entrambi i lati della frontiera. Non sono tutti lupi solitari, qualsiasi cosa voglia significare quel termine, anzi a preoccupare l’apparato della sicurezza sono gli «stretti legami tra jihadisti maghrebini e residenti nel nostro Paese, così come l’alta percentuale di combattenti terroristi all’estero e terroristi arrestati in Spagna con questa origine». In totale, su 178 partiti per arruolarsi in Iraq e in Siria, nello Stato islamico o con Al Qaeda, sono tornati in 65. Sono tutti strettamente monitorati, dicono.
Giustamente i riflettori sono puntati su quei territori, perché proprio quelle organizzazioni terroristiche hanno ripetutamente citato Ceuta e Melilla come «territori occupati» da riconquistare, come del resto tutta Al Andalus, cioè l’intera penisola iberica. Nel frattempo le hanno trasformate in enclave jihadiste, con tanto di centri di indottrinamento e reclutamento, secondo l’analisi di Luis de la Corte Ibáñez su Resi, la Rivista di Studi sulla Sicurezza Nazionale, nel 2015. Prima ancora, nel 2007, per il Real Instituto Elcano, lo stesso accademico dell’Università autonoma di Madrid aveva prodotto uno studio che si concludeva con una ventina di raccomandazioni al governo, fra le quali sottolineava l’urgenza di «rafforzare il controllo delle frontiere con il duplice scopo di prevenire tentativi di infiltrazione a Ceuta da parte di individui radicali dal Marocco e ridurre il più possibile l’ingresso di immigrati che potevano rimanere illegalmente in città». Trascorsi ormai due decenni, si può dire che gli avvertimenti non sono stati ascoltati.