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Una Nato islamica in Medioriente

Bombardata dall’Iran e dagli Huthi, l’Arabia Saudita firma con Turchia e Pakistan un patto di mutua difesa. Ma la stessa clausola era già attiva con Islamabad
di Costanza Cavalli sabato 8 agosto 2026

3' di lettura

Un attacco armato contro uno dei tre sarà considerato un attacco contro tutti e tre. È l’articolo 5 della Nato ma tradotto in arabo, turco e urdu, ed è stato firmato ieri alla Mecca dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan e Shehbaz Sharif, presidente del Pakistan. Al palazzo Al-Safa, il padrone di casa era il primo, che è anche l’unico dei tre a essere stato bombardato in questi mesi. Gli altri due sono andati da lui. L’articolo fac-simile di quello Nato, però, funziona perché dietro ha settant’anni di comandi integrati, di procedure e di soglie di attivazione concordate. Qui non esiste niente di tutto questo, il testo non è stato nemmeno pubblicato. Sappiamo che cosa promettono, non sappiamo quando scatta. Ankara ha assicurato che l’intesa non prende di mira nessuno e da Teheran il deputato Ebrahim Rezaei ha risposto che un accordo sulla carta non darà ai sauditi più sicurezza di quanta gliene abbiano data gli americani. Resta poi il dettaglio che la Turchia sta nella Nato e ospita a Incirlik le atomiche americane. Due alleanze, due liste di obblighi: quale prevarrà?

IL PRECEDENTE Un articolo simile Riad l’aveva già firmato il 17 settembre 2025 con il solo Pakistan, otto giorni dopo che gli israeliani avevano bombardato Doha per uccidere i dirigenti di Hamas riuniti a negoziare. La prova della tenuta di quel patto è arrivata cinque mesi dopo, quando i missili iraniani hanno cominciato a colpire gli impianti energetici sauditi. Islamabad ha risposto mandando 8mila uomini, 16 caccia JF-17, droni e una batteria antiaerea con compiti di consulenza e addestramento e con Riad a pagare il conto. Contro l’Iran, però, non è partito un colpo e negli stessi giorni Islamabad mediava fra Washington e Teheran. Il patto tutt’al più ha prodotto una guarnigione a stipendio saudita, di certo non un alleato disposto a entrare in guerra. Nell’accordo manca l’Egitto, che pure sedeva ai tavoli preparatori. Il Cairo ha l’esercito più numeroso del mondo arabo, ma ha anche un trattato di pace con Israele, riceve 1,3 miliardi l’anno di aiuti militari americani e getisce il Canale di Suez, i cui introiti erano già crollati quando gli Houthi hanno cominciato a sparare sulle navi nel Mar Rosso nel 2024, e sono ulteriormente calati dall’inizio del conflitto.
Una clausola che scatta da sola trascinerebbe Il Cairo in una guerra del Golfo che non può permettersi.
Non ci sono nemmeno gli Emirati e il Qatar, e non c’è il Consiglio di cooperazione del Golfo, che dal 1981 esiste proprio per difendere insieme le monarchie. Israele non ha commentato, e si capisce. Il 22 luglio Washington ha firmato con Riad un accordo trentennale sul nucleare civile, e il giorno dopo Donald Trump ha annunciato che l’intesa era subordinata all’ingresso saudita negli Accordi di Abramo, cioè al riconoscimento di Israele. Due settimane dopo l’Arabia Saudita si lega all’unica potenza nucleare del mondo islamico, il Pakistan, e alla Turchia, definita da Gerusalemme il nuovo Iran.

LA TENUTA DELL’ACCORDO La prima prova dell’affidabilità del patto non arriverà però dall’Iran, ma dallo Yemen. Dopo aver proclamato il blocco dei porti sauditi e chiuso lo Stretto di Bab el-Mandeb, giovedì le milizie Huthi hanno ucciso almeno 58 soldati del governo yemenita e a Najran, nel sud dell’Arabia Saudita, hanno ferito 11 civili. Riad preparano l’offensiva, ma non vedremo né turchi né pakistani in Yemen: Ankara fornirà droni e forse scorta navale, Islamabad difesa aerea e istruttori. D’altronde la clausola parla di attacco armato contro uno Stato, e gli Huthi non lo sono. La via d’uscita è già dentro il testo.
Nel 1955 il Patto di Baghdad univa Turchia e Pakistan e prometteva le stesse cose. Quando Islamabad andò in guerra contro l’India, nel 1965 e nel 1971, gli alleati non si mossero.
 

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