Pedro Sánchez rischia fino a undici anni di carcere per tradimento e delitti contro la sicurezza dello Stato, se davvero ha commesso i reati di cui Vox, il partito di opposizione della Destra spagnola, accusa il primo ministro spagnolo. Una pena quasi più alta di quella a cui potrebbe essere condannata sua moglie Begoña Gómez, rinviata a giudizio per traffico di influenze e malversazione in altri procedimenti.
Gli articoli del codice penale che riguardano il capo del governo socialista sono essenzialmente due. Il primo è il 589, che punisce con la detenzione da uno a tre anni chiunque pubblichi o esegua qualsiasi ordine, disposizione o documento di un governo stranieri che attenti contro l’indipendenza o la sicurezza dello Stato, si opponga all’osservanza delle sue leggi o ne provochi l’inosservanza. Il secondo è il 592, in cui si prevede il carcere da quattro a otto anni per chi, al fine di pregiudicare l’autorità dello Stato o compromettere la dignità o gli interessi vitali della Spagna, mantenga intelligenza o relazioni di qualsiasi genere con governi stranieri, con suoi agenti o con gruppi, organismi o associazioni internazionali straniere. Chi inoltre si rende responsabile degli atti sopracitati con l’intenzione di provocare una guerra o una ribellione, va incontro anche alle pene previste dagli articoli 581, 473 o 475, a seconda dei casi.
FINO ALLA CORTE SUPREMA
Fin qui il quadro giuridico.
Avviare la procedura contro il capo del governo non è impossibile, bastano 88 deputati (un quarto del totale) che facciano scattare l’art. 102 della Costituzione e la maggioranza assoluta del Congresso, con voto segreto per approvare la messa in stato di accusa presso la Corte suprema per accertare la responsabilità del presidente e dei membri del governo nell’esercizio delle loro funzioni. Allo stato delle cose, sembrerebbe una strada piuttosto in salita, visti gli equilibri politici attuali all’interno delle Cortes. Ma se anche il Partito popolare spagnolo (Pp) si unisse alla richiesta, le probabilità aumenterebbero.
Al di là della concreta realizzabilità del piano, la sostanza, per Pedro Abascal, leader di Vox, rimane intatta: «Il tradimento da parte di Pedro Sánchez nei confronti degli spagnoli dev’essere portato dinanzi ai tribunali», poiché vi sono «indizi e prove più che sufficienti. Fra le altre, la consapevolezza previa che il governo Sanchez aveva rispetto all’invasione di Ceuta» che potrebbe essere stato un «atto di guerra» da attribuire al Marocco.
Del resto, se è vero quanto emerso nei giorni scorsi, cioè che il Centro Nazionale di Intelligence (CNI) e il Centro d’Intelligence delle Forze Armate avevano allertato il governo di quanto stava per accadere, ma che Sánchez decise di non fare nulla, nel solco di una politica di cedimento al Marocco, allora vi sono anche altri profili gravi da prendere in considerazione dal punto di vista penale. Oltre a mettere in pericolo l’integrità nazionale del territorio spagnolo, la condotta del governo Sánchez potrebbe essere stata addirittura la causa, prossima o remota, della morte di 142 persone, senza contare gli abusi sessuali compiuti nei confronti di cinque minorenni da parte di uomini che avevano preso parte all’invasione di Ceuta.
Parallelamente, la formazione di Abascal mantiene le proprie iniziative giudiziarie sulla gestione della crisi, comprese quelle avviate davanti ai tribunali di Ceuta e al Tribunale nazionale dove potrebbero essere valutate anche eventuali responsabilità penali legate all'assistenza alle persone coinvolte nei tentativi di attraversamento della frontiera. Sul fronte dei minori migranti, Vox chiede che vengano mantenuti a Ceuta e che la priorità sia il ricongiungimento con le famiglie o il rimpatrio secondo le procedure previste dalla legge.
TEORIE DEL COMPLOTTO
Alla Moncloa, pur di non affrontare la questione degli effetti collaterali della propria incapacità di difendere le frontiere, preferiscono prendersela con Palazzo Chigi e mettere in crisi le relazioni diplomatiche con l’Italia. E siccome non sanno nemmeno calcolare con esattezza il numero delle persone rimaste in territorio spagnolo, mandano nell’exclave il ministro della Politica Territoriale e della Memoria Democratica, Angel Víctor Torres, a rivedere le cifre: durante gli arrivi in massa del 30 e 31 luglio gli ingressi di clandestini sono stati 80mila. Quel che l’esecutivo non ammette, ma Sky News ha rivelato ieri sulla base di testimonianze della polizia locale, è che decine di persone sono riuscite a raggiungere la penisola iberica a gruppetti, su gommoni, attraverso lo Stretto di Gibilterra. Qualcuno è stato arrestato, mentre molti altri sono fuggiti.
Messi alle strette dalla realtà si può optare per la fantasia, promuovendo una versione complottista dell’accaduto. Può essere stata colpa della Cia, così come del Mossad. La tesi “americana” è stata smentita ieri direttamente da Washington, che ha preso le distanze da un recente rapporto del Congresso statunitense che aveva definito le due città nordafricane come situate «in territorio marocchino» e sosteneva l’avvio di un dialogo sul loro «futuro status». Gli Stati Uniti «sostengono inequivocabilmente la sovranità della Spagna su Ceuta e Melilla», ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato, Tommy Pigott, in dichiarazioni al quotidiano Politico, senza risparmiare dure critiche al governo Sánchez. Secondo il funzionario Usa, «attori nefasti» starebbero diffondendo l’idea che Washington metta in discussione il controllo spagnolo sulle due città per «distogliere l’attenzione dal vergognoso rifiuto del governo spagnolo di difendere la propria popolazione dall’invasione migratoria del territorio di Ceuta».
Quanto alla voce sulla regìa israeliana, nei giorni scorsi il Centro di Ricerca sull’Antisemitismo aveva scoperto che tutto nasceva da un account China Times, i cui post accusavano il Marocco di essere un avamposto sionista da cui era stato lanciato un attacco alla Spagna filo-palestinese. Tutte bufale, ma utili per sollevare Madrid da ogni colpa.