C’è un Paese che ha un tasso di denatalità più basso dell’Italia e, correlativamente, un tasso di invecchiamento della popolazione superiore. È il Giappone, che registra un calo demografico annuo dello 0,5-0,6% contro il nostro 0,3-0,4%, una fecondità per donna pari a 1,15 contro il nostro 1,18 e un’età media degli abitanti di 49 anni mentre la nostra è di 47. Se fosse governato da Elly Schlein o da uno qualsiasi dei nostri leader del campo largo, la ricetta economico-politica per scongiurare l’avvento di una società di anziani sarebbe scontata: aprire le porte a quanti più immigrati possibili. È quanto ha fatto Pedro Sanchez in Spagna, dove le donne fanno meno figli che in Italia - 1,10 ciascuna ma dove ciononostante la popolazione è aumentata nel solo 2025 di 442mila persone (+0,9%), grazie alla regolarizzazione di 220mila extracomunitari nel 2025, a cui è stato calcolato se ne aggiungeranno oltre seicentomila quest’anno e forse mezzo milione l’anno prossimo.
Del tutto opposta invece la strategia di Sanae Takaichi, la premier giapponese amica di Giorgia Meloni. La signora ha trionfato nel febbraio scorso alle elezioni anticipate, che aveva lei stesso indetto, portando il Partito Liberal Democratico, la formazione della quale è leader, al record assoluto di 316 seggi su 465. Come ha fatto? Tra le altre cose, ha rassicurato la popolazione, storicamente e culturalmente refrattaria a ogni apertura, che, malgrado l’invecchiamento, non aprirà le porte del Paese a nessuno.
ECONOMIA
E l’economia? Grazie a intelligenza artificiale e robotica, ci sarà meno bisogno di risorse umane, quindi secondo la premier nipponica è inutile importare manodopera a basso costo. Gli effetti negativi sarebbero superiori a quelli positivi poiché la domanda di lavoro che si annuncia calante rischia di creare problemi occupazionali anziché risolverli, scardinare la società con persone che faticherebbero a integrarsi e fatalmente rendere il Paese più pericoloso e permeabile dal crimine. I numeri sembrano dare ragione a Takaichi anziché a Sanchez. Malgrado l’economia spagnola cresca del 2,7% su base annua contro lo 0,6% di quella giapponese, Madrid è infatti alle prese con una disoccupazione del 10%, mentre a Tokyo i senza lavoro sono al 2,5%, sotto la quota considerata fisiologica, con un potere d’acquisto dei lavoratori aumentato in misura pressoché simile in entrambi i Paesi: il 2% nella Penisola Iberica, solo due decimali in meno nel Sol Levante.
LA CRIMINALITÀ
Ancora più chiaro è il quadro se si confrontano i dati sulla criminalità. Malgrado in Giappone ci siano più del doppio degli abitanti che in Spagna (125 milioni contro 50 scarsi, sette dei quali cittadini stranieri), Madrid conta cinquanta volte le rapine di Tokyo e ha un tasso di omicidio due volte quello nipponico. Decisivo a riguardo il contributo degli immigrati, che delinquono in media il doppio degli spagnoli, ma quasi cinque volte tanto in caso i reati sessuali o di rapine e quasi tre volte tanto quanto alle lesioni.
Questo per dire che la via dell’immigrazione a tutto spiano e senza selezione preventiva dei profili che ci servono come elemento trainante dell’economia e unico fattore di salvezza di un Paese non è la sola percorribile, e forse non è neppure la migliore, benché sia la soluzione propagandata da gran parte del mondo progressista italiano, che vede in Sanchez una guida. Solo che i sondaggi recenti dicono che gli spagnoli hanno mollato Pedro mentre le urne confermano il gradimento di Takaichi presso i giapponesi. Che fare per l’Italia, che paradossalmente ha un’economia più simile a Tokyo piuttosto che a Madrid, essendo sbilanciata sulla manifattura? E che fare considerando che il Giappone, grazie all’automatizzazione e alle nuove tecnologie, impiega nel settore dell’agricoltura il 3% di lavoratori stranieri contro il 40% dell’Italia, ma ciononostante ha livelli di fatturato simili (noi poco sopra i settanta miliardi, loro poco sotto, ma comunque sopra la Spagna, che impiega nei campi il 35% di extracomunitari)?
I dati fotografano le due realtà, alla politica sta la scelta. Al momento, si registra che, di fronte a una società che cambia, la ricetta dei moderni progressisti europei è contrastare il mutamento difendendo modelli vecchi e rinunciando a perseguire nuove strade. I conservatori tradizionalisti dell’Estremo Oriente invece, utilizzano le novità della scienza per governare senza strappi il Paese che si trasforma.