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Merz fa il duro con Putin che sfotte l'Ue

Il consolato russo di Bonn, l’ultimo rimasto in Germania, chiuderà il 18 settembre, così come un centro culturale russo di Berlino che fungerebbe da centro di intelligence
di Costanza Cavalli mercoledì 2 settembre 2026

4' di lettura

All’alba del 4 agosto un dipendente dell’aeroporto di Lipsia-Halle ha visto un drone sull’asfalto. Dentro c’erano esplosivo militare e un detonatore difettoso. Il velivolo aveva urtato l’ala di un cargo Antonov ucraino, dove stanno i serbatoi. Secondo Arndt Freytag von Loringhoven, già vicedirettore del Bnd, l’intelligence estera tedesca, era Semtex militare, l’esplosivo plastico della strage di Lockerbie: a tanto, ha detto al Washington Post, non si era mai arrivati.

Ieri, 28 giorni dopo, il governo tedesco ha detto chi è stato. In conferenza stampa i ministri Alexander Dobrindt, all’Interno, e Johann Wadephul, agli Esteri, hanno spiegato che configurazione del drone, componenti, innesco ed esplosivo sono noti da altre operazioni russe, che a eseguire l’attentato sono stati agenti di basso livello reclutati su internet, e che le tracce dei mandanti portano in Russia. Poi la rappresaglia: il consolato russo di Bonn, l’ultimo rimasto in Germania, chiuderà il 18 settembre, così come un centro culturale russo di Berlino che fungerebbe da centro di intelligence, i controlli sui russi in ingresso si stringeranno, aumenterà la pressione sulla flotta ombra. A Mosca tremano: il Cremlino ha fatto sapere che risponderà «a qualunque azione anti-russa».

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Dobrindt ha detto anche la cosa più importante: la Germania «non è in guerra», è soltanto bersaglio quotidiano di una guerra ibrida. Non è una constatazione, è una decisione. Il trattato atlantico non parla di guerra ma di attacco armato, e l’articolo 6 copre quel che accade sul territorio di un alleato: non conta cioè che l’aereo fosse ucraino, conta l’asfalto tedesco. L’art. 5 poi non obbliga nessuno a combattere, impegna ciascuno all’azione «che giudica necessaria», e la soglia sta dove 32 governi decidono che stia. Berlino ha deciso che non stava lì, e nemmeno ha chiesto le consultazioni previste dall’art. 4.

L’annuncio è arrivato in una giornata, oramai, come tante. Alle 3.11 gli estoni hanno diramato l’allarme aereo su otto contee e i caccia turchi Nato si sono alzati dietro a droni entrati dal confine lettone. Alle 8, a una sottostazione elettrica in Brandeburgo, la polizia ha trovato ordigni artigianali inesplosi e danni a una linea. A Wicklow, in Irlanda, i ministri della Difesa europei finivano la riunione e arrivavano quelli degli Esteri, che oggi discutono nuove sanzioni. Mark Rutte e Ursula von der Leyen hanno chiamato Friedrich Merz, e Giorgia Meloni ha scritto su X che «la sicurezza dei nostri Alleati è la sicurezza di tutti noi». Chiudere un consolato e sfrattare un centro culturale, contro chi ti mette l’esplosivo sotto l’ala di un aereo, sembra poco, ed è quasi tutto quel che resta alla diplomazia: gli altri quattro consolati russi Berlino li aveva già fatti chiudere nel 2023.

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Per un mese Merz ha temporeggiato promettendo che i responsabili dell’attentato a Lipsia avrebbero pagato senza dire chi fossero. Un silenzio che, secondo Freytag von Loringhoven, i russi hanno già letto come prova che l’operazione non costa niente. Berlino, d’altronde, può permettersi soltanto prudenza. Se il gas non è più un'arma - via tubo non ne arriva dall’estate del 2022 e i gasdotti dell’ex cancelliere Gerhard Schröder, mediatore prediletto del Cremlino, giacciono in fondo al Baltico e da giugno Bruxelles ne vieta anche i contratti brevi - il petrolio, invece, lo è ancora. La raffineria Pck di Schwedt, che fa il 90% dei carburanti consumati nell’area di Berlino e del Brandeburgo, è ancora per il 54% della russa Rosneft, quota che dal 2022 lo Stato ha sequestrato ma non ha nazionalizzato; il 1° maggio Mosca ha chiuso il transito del greggio kazako che ne copriva il 17% del fabbisogno, adducendo ragioni tecniche. E sotto la superficie il legame non si è mai spezzato: in Russia restano circa 1.600 imprese tedesche, fra cui Metro, Globus e Ritter Sport, e in un sondaggio della camera di commercio bilaterale il 75% si dice soddisfatto di come vanno gli affari. Le esportazioni tedesche verso il Kirghizistan, crocevia delle triangolazioni, sono cresciute del 1361%, secondo l’ufficio federale di statistica. A giugno una delegazione di imprenditori tedeschi è tornata al forum di San Pietroburgo: in Russia, ha detto il presidente della Camera Schepp, ci sono cento miliardi di asset tedeschi da proteggere.

Domenica si vota in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD è data oltre il 40% e la Cdu poco sopra il 22%, e per la prima volta un Land potrebbe andare a un partito la cui leader, Alice Weidel, chiede di tornare a comprare petrolio e gas russi, perché «l’energia a basso costo dalla Russia era il segreto del successo del Made in Germany». Il 18 settembre, a Bonn, si abbassa una saracinesca. Il 6 settembre, a Magdeburgo, si aprono le urne. Mosca sa quale delle due date la riguarda.

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