Jozip Broz detto Tito non è tornato, neanche in finzione come accaduto al cinema nel 2015 a Hitler (Er ist wieder da) di David Wnendt con Oliver Masucci, e al Mussolini di Luca Miniero e con Massimo Popolizio. Ma il fantasma del caro estinto si è manifestato nell’anno di grazia 2026 sull’altra sponda dell’Atlantico con Melania Trump, nata Knauss nell’allora Slovenia jugoslava, che ha espresso una punta di nostalgia per la repubblica socialista governata da sempre dal Maresciallo croato attraverso il rimpianto dell’infanzia felice, sdoganando il comunismo aborrito invece dal marito nei giorni pari e in quelli dispari. Tutto sommato, ha detto, si stava bene e lei non si era accorta di cosa significasse.
DISGREGAZIONE
Quando la creatura artificiale della Jugoslavia tenuta insieme col mastice ideologico titino si è disgregata in un bagno di sangue, l’attuale first lady aveva intrapreso una fortunata carriera da modella che l’avrebbe portata al fianco del futuro presidente degli Stati Uniti, cullando decenni dopo i bei tempi andati della gioventù. Nell’ex Ddr, dove metà della popolazione spiava l’altra metà e la Stasi rinverdiva sotto la bandiera rossa le imprese della Gestapo, dopo l’unificazione si manifestò quella che venne definita “ostalgia”, ovvero la Sehnsucht dei tempi del regime comunista opprimente e deprimente. Anche in questo caso un fortunatissimo film, Goodbye Lenin, nel 2003 ha raccontato il rimpianto per un mondo perduto, quello della gioventù dei sogni, delle aspirazioni, delle utopie e, se in età ancor più verde, dell’inconsapevolezza del presente e del futuro. È il bello di quella che non a caso è detta l’età dell’innocenza, riportata alla realtà dalla perdita stessa dell’innocenza.
È accaduto con tutti i regimi, di cui non si vedevano né si volevano vedere la vocazione e la pratica liberticida. Per i bambini e i ragazzini la libertà non è quella degli adolescenti e degli adulti, e non manca qualcosa di cui si ignora l’esistenza o il valore. Il sistema di Tito non fa eccezione, al di là del favore riscosso in occidente per aver rotto con l’ortodossia di Mosca creandone una propria, che anche nel Belpaese continua ad avere estimatori. Il Maresciallo era visto con favore non solo dai partigiani comunisti durante la seconda guerra mondiale e al momento di ridefinire i confini italo-jugoslavi, ma anche da Giuseppe Saragat che da presidente della Repubblica italiana nel 1969 lo onorò con la Croce di commendatore e da Sandro Pertini che nel 1980 a Belgrado partecipò contrito alle solenni esequie di Stato.
A Melania non è servita neanche la madeleine di Proust per riassaporare ed evocare l’epoca della stella rossa, dove tutto sembrava andare per il meglio, i bambini andavano a scuola, facevano sport, giocavano e, quando tornavano a casa, guardavano in tv anche un cartone animato col Professor Baltazar capace di invenzioni mirabolanti e strambe. A Baltazar non riuscì però di distillare in laboratorio l’elisir della felicità che il comunismo predicava negandola. Mezza Europa l’ha conosciuto sulla sua pelle, imposto dall’Armata Rossa di Stalin e con la forza. I bambini polacchi, cecoslovacchi, bulgari, ungheresi, venivano indottrinati a scuola e salvaguardati in famiglia dove venivano ammoniti su quello di cui non dovevano fare parola all’esterno.
IL MASSACRO DI KATYN
Tutti i polacchi sapevano che il massacro di 22.000 ufficiali a Katyn era opera della polizia politica di Stalin, ma ufficialmente dovevano far finta di credere che fossero stati i tedeschi. I cecoslovacchi con parenti o amici che avevano combattuto con gli inglesi contro i nazisti dovevano vergognarsene, e quelli che avevano padri e nonni che nella prima guerra mondiale facevano parte delle legioni antibolsceviche era meglio che facessero il possibile per farlo dimenticare. I cantori dei bei tempi andati o vivevano nella bolla oppure da privilegiati della nomenklatura, ai quali era permesso qualcosa di tutto ciò che era vietato a tutti gli altri. Quegli anni erano tutto tranne che formidabili. E infatti chi poteva, o ci riusciva, se ne andava. Come Melania, perché per la nostalgia c’è sem■ pre tempo.