C’è qualcosa di inquietante e grottesco nella vicenda di Christa Pike, una di quelle storie in cui la cronaca giudiziaria travalica il reale per farsi dramma gotico, in questo caso “gotico americano”, nerissimo e paradossale. È la storia della donna che, letteralmente, cercava la distruzione ma non riusciva a distruggersi. Una figura sospesa tra la violenza efferata di cui si è resa colpevole e un abisso d’infanzia che sembra aver preso forma ben prima che lei muovesse i primi passi.
Per capire l’epilogo surreale della sua esecuzione fallita, bisogna tornare all’inizio, all’origine di un corpo che alla morte si era già abituato da bambina. Cresciuta in un ambiente dominato da abbandoni e alcolismo, la sua infanzia è stata una sequenza ininterrotta di abusi e violenze fisiche, a cominciare da quelle subite dal fidanzato della nonna con la quale viveva. Ma il punto di frattura definitivo arrivò quando aveva appena 11 anni. Un uomo del vicinato la aggredì e la violentò brutalmente. La madre rifiutò persino di crederle, pensando si trattasse di una fantasia.
La verità venne a galla solo più tardi: la bambina sviluppò una grave e dolorosa infezione ginecologica dovuta allo stupro. Solamente l’intervento di un’insegnante, insospettita dal crollo fisico della piccola, costrinse le autorità a muoversi. L’uomo venne incriminato, ma se la cavò con una pena ridicola, continuando ad abitare a pochi metri da lei: una presenza quotidiana disturbante che andava oltre la tortura. Schiacciata dal terrore, dalla vergogna e dal trauma psicologico di un corpo violato e infettato al quale nessuno aveva creduto, a 12 anni Christa tentò di farla finita, proprio come sua madre qualche anno prima. Inghiottì una dose massiccia di Tylenol nel disperato tentativo di spegnere il buio. Non ci riuscì. Sopravvisse. Il suo fu solo il primo appuntamento mancato con la fine, l’inizio di un rapporto morboso con la distruzione. Christa venne violentata un’altra volta a 17 anni da uno sconosciuto, ma una perizia parla anche di altre molestie sessuali subite da almeno 6 uomini.
Anni dopo, nel 1995, il suo nome finì sui titoli di tutti i giornali americani. A 18 anni appena, all’interno del Job Corps di Knoxville – un centro di formazione statale per ragazzi problematici che svelò un sottomondo di prepotenze e degrado – Christa, insieme al fidanzato poco più che minorenne, torturò e uccise con una crudeltà arcaica una compagna di corso, Colleen Slemmer. Processata e condannata alla pena capitale, divenne la più giovane donna nell’America moderna a finire nel braccio della morte. Da allora, trent’anni nella stessa prigione, la Debra K. Johnson Rehabilitation Center di Nashville. Nel mezzo, anche un tentato omicidio di una compagna di cella strangolata con un laccio, prima che la giustizia presentasse il conto definitivo.
Quel conto è arrivato lo scorso settembre, nel carcere di massima sicurezza di Nashville. E qui la cronaca si fa gotico kafkiano. La procedura per l’iniezione letale di pentobarbital doveva essere rapida, burocratica, chirurgica. Si è trasformata invece in un calvario clinico di oltre un’ora e mezza. I boia e il personale medico non riuscivano a trovare le vene: cateteri posizionati male, vasi sanguigni che collassavano continuamente, tentativi ripetuti e infruttuosi mentre la stanza dei testimoni sprofondava in un silenzio surreale. Dopo 90 minuti di torture, l’esecuzione è stata sospesa d’emergenza e la donna è stata portata via in ambulanza.
In ospedale, per giorni, Christa è rimasta immersa in uno stato di incoscienza profonda. Fuori dal reparto, i media locali parlavano già di coma irreversibile o morte cerebrale, e invece dopo pochi giorni è accaduto l’incredibile: Christa ha riaperto gli occhi. Confusa e disorientata, ha chiesto ai medici dove si trovasse.
Nei giorni successivi ha iniziato lentamente a recuperare le funzioni vitali, a muovere le braccia, a nutrirsi e infine a muovere i primi passi sorretta dai fisioterapisti. Una resurrezione clinica sotto stretta sorveglianza, vissuta con le manette ai polsi persino sul letto di degenza, mentre avvocati e magistrati s’interrogavano su come gestire una condannata a morte la cui esecuzione era già stata comminata, ma che continuava a respirare. Christa Pike è tornata nella sua cella. Il suo dossier è blindato da segreti di Stato e perizie mediche, mentre la difesa invoca la clemenza di fronte a un paradosso istituzionale senza precedenti. Non c’è morale, non c’è lieto fine. Solo un conto in sospeso con la morte.