Il secondo turno tra Lula e Bolsonaro, che sia il padre o il figlio, non è mai solo una sfida elettorale brasiliana. È anche uno dei tanti capitoli della guerra fredda tra Washington e Pechino, combattuta non a colpi di missili ma di soia, litio, 5G e basi di influenza. Il Brasile non è un Paese qualunque. È la decima economia del mondo, il 50% del Pil sudamericano, il primo esportatore globale di soia, caffè, succo d’arancia, zucchero e carne bovina. Detiene il 12% dell’acqua dolce del pianeta e custodisce l’Amazzonia. Chi controlla Brasilia, orienta il Mercosur, i BRICS e l’intero equilibrio dell’emisfero sud. Per questo Usa e Cina non sono mai potuti restare neutrali.
Questo valeva con Jair e probabilmente vale ancora di più con Flavio. Senatore per Rio, 44 anni, ingegnere, ex ufficiale, più presentabile e meno istrionico del padre, ma con la stessa base: militari, agronegócio (tutta la filiera agricola), chiese evangeliche e asse con la destra americana. Se Jair era il rapporto istintivo con Trump, Flavio è il trumpismo 2.0 strutturato, l’uomo di collegamento con la CPAC e con l’entourage di Steve Bannon. È il candidato dell’America di Trump e di Musk.
Con Flavio, gli Stati Uniti avrebbero un alleato ideologico perfetto per contenere la Cina. Il suo programma è esplicito: revisione totale dei contratti 5G per escludere Huawei, dazi alle auto elettriche cinesi BYD, concessione del litio della Valle del Jequitinhonha e del niobio a capitali americani e canadesi, probabile uscita dal progetto di moneta comune dei BRICS e privatizzazione di Petrobras. In cambio Washington offre ingresso nell’OCSE, status di alleato extra-Nato e cooperazione sulla sicurezza.
Con Lula, 80 anni, Pechino avrebbe la garanzia di un Brasile come piattaforma industriale. La Cina è dal 2009 il primo partner commerciale: compra il 31% di tutto ciò che il Brasile esporta contro l’11% degli USA. Lula ha aperto a Huawei, ha consegnato alla BYD l’ex fabbrica Ford in Bahia, il più grande investimento cinese nell’automotive in America Latina, e ha chiesto di superare il dollaro nel commercio BRICS. Il modello cinese è infrastrutture senza condizioni, prestiti statali e nessun veto su diritti umani.
Gli ultimi sondaggi fotografano un pareggio storico. Datafolha del 22 ottobre, l’istituto più autorevole, dà Lula e Flavio appaiati al 50% dei voti. Chi vince dunque lo farà per un pugno di suffragi e le questioni che faranno la differenza sono la sicurezza e l’inflazione. Flavio ha costruito la campagna sulla guerra alle fazioni criminali di Rio e San Paolo, abbassamento della maggiore età penale, scarcerazioni più difficili ed estensione della legittima difesa. Lula ha risposto con integrazione tra polizie e programmi sociali nelle favelas, e viene dipinto come garantista.
I PROGRAMMI
Il secondo tema è l’economia. Flavio promette flat tax al 20%, deregolamentazione dell’agronegocio e fine delle moratorie ambientali per aumentare la produzione. Lula difende Bolsa Familia allargata, cioè gli aiuti sociali che ha già aumentato durante la campagna, difende l’aumento reale del salario minimo e reindustrializzazione guidata dallo Stato, sul modello cinese.
Poi c’è l’Amazzonia, il cortocircuito nello schema elettorale Usa contro Cina. Vale il 49% del Brasile e custodisce niobio, potassio, oro e terra per soia. Lula l’ha usata per ottenere soldi e legittimità: meno 50% di deforestazione. Flavio vuole aprire il 10% delle terre indigene a miniere e agronegócio. Gli Usa usano l’Amazzonia per legare il Brasile a sé: ti do 500 milioni per il Fondo Amazzonia, ti invito al vertice sul clima, ma tu in cambio non dai le terre rare e il litio ai cinesi e non fai entrare Huawei a controllare i dati satellitari di monitoraggio della foresta. Questi particolari tuttavia all’elettore di Belo Horizonte interessano poco, lui vota pensando al prezzo della picanha, non a Xi Jinping. Ma il suo voto deciderà chi controlla la cassaforte del ventunesimo secolo.