Trump parla agli americani, i leader dell’Europa parlano agli europei? Se non ci poniamo questa domanda, non possiamo dare alcuna risposta alle sfide che ci propone la contemporaneità, con una velocità e intensità senza precedenti.
Ieri Trump, a un anno esatto dalla sua elezione, si è presentato a sorpresa nella sala stampa della Casa Bianca e ha elencato il lavoro della sua amministrazione. Lo ha fatto alla Trump, in maniera ruvida e spesso sgradevole, ma i maître à penser incipriati che storcono il naso non si interrogano sul messaggio e su chi lo riceve, sul contesto e sullo spirito del tempo. L’Europa è sonnambula, pretende che gli Stati Uniti siano quello che oggi non possono essere.
Il presidente francese evoca l’imperialismo e il colonialismo, proprio lui, Emmanuel Macron, il capo di una nazione che ha una storia coloniale terribile. L’Europa per fortuna non è sotto la guida di Parigi e di Berlino, dove i guai abbondano, quanto all’Italia, è stata solo la presenza del governo Meloni a evitare la nostra uscita dall’Occidente, con un’opposizione visceralmente anti-americana che lascerebbe volentieri l’Ucraina alla Russia di Putin e nello stesso tempo chiede a Bruxelles lo scontro totale con gli Stati Uniti per la sovranità della Groenlandia (che non è stata invasa da nessuno).
Il no di Trump alla partecipazione al G7 a Parigi segnala la profonda crisi dei forum di cooperazione multilaterale che è iniziata ben prima dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Il mondo di Jalta è tramontato, la storia non è finita, si è aperto il sipario su una nuova Guerra Fredda. Trump ieri alla Casa Bianca ha parlato agli americani, oggi a Davos si rivolgerà al mondo. Chi parla per l’Europa?