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Perché è un errore il debito comune

l debito comune europeo non esiste. E meno male. Consiglio non richiesto al governo di Giorgia Meloni: opporsi preventivamente per quanto più possibile a qualsiasi ipotesi di allargamento del bilancio
di Fabio Dragoni domenica 15 febbraio 2026

4' di lettura

Il debito europeo non è più un tabù» sussurra ai cronisti il socialdemocratico portoghese Antonio Costa a capo del Consiglio Europeo; ovvero l’organismo dove siedono i capi di stato e di governo dei 27 paesi membri. Salvo aggiungere che «non è stato discusso durante il nostro ritiro». Un po’ come dire che ho una relazione con Sidney Sweeney ma lei non lo sa. Conviene mettere alcuni puntini sulle i. Anzi abbondiamo e facciamo due, avrebbe detto Totò. Puntino numero uno: il debito comune europeo, se per debito si intende garanzia congiunta e solidale (ovvero tutti garantiscono tutto) non lo vuole prima di tutto la Germania. Puntino numero due: il debito comune congiunto (dove tutti si indebitano per una causa) e solidale (dove tutti« garantiscono per tutti) non solo non è previsto dai trattati. Ma è espressamente precluso. Noi euroscettici siamo fatti così. Conosciamo i trattati. Reagan avrebbe detto: «Il comunista è uno che ha letto Marx. L’anticomunista è uno che lo ha capito».

È l’articolo 125 del Testo sul Funzionamento dell’Unione Europea. Poco più avanti nelle sue elucubrazioni, Costa dice, stando a quanto riporta La Stampa: «È sicuramente un argomento che emerge quando discuteremo il prossimo bilancio Ue». Bene qui mettiamo un terzo puntino. E Totò lo superiamo di slancio. Nel bilancio dell’Unione Europea i soldi ci sono se e perché ce li mettono gli stati sotto forma di trasferimenti. Sostanzialmente di tre tipi: (1) contributi diretti legati al reddito nazionale lordo, (2) una fettina del gettito Iva ed infine (3) dazi doganali riscossi se entrano merci provenienti da paesi non Ue. Poi ci sono altre micro-voci che non consideriamo per chiarezza espositiva data la loro minore rilevanza quantitativa. Una volta che Bruxelles ha incassato tutto questo ben di Dio, fatta la dovuta cresta per pagare la tecno-burocrazia, la Commissione li restituisce agli Stati con criteri che vengono stabiliti ogni sette anni. Quando viene appunto approvato il bilancio pluriennale. Il prossimo avrà decorrenza 2028 e scadrà nel 2034. Quindi accade che ci sono Stati che ricevono meno contributi di quelli che hanno versato. E sono i contribuenti netti. E viceversa quelli che ricevono più soldi di quelli che hanno versato. Che sono i beneficiari netti. Per farla breve tutti i nuovi entrati dell’est Europa ma anche Spagna e Portogallo, sono beneficiari netti. Quindi in linea di principio se sei un Paese contribuente netto vale questa regola: «Più il bilancio Ue cresce, più paghi. Più fai entrare in bat« teria nuovi Paesi, più paghi».

L’Italia come Francia e Germania è un contributore netto. Di quanto? Dal 2000 al 2024 ha versato poco più di 100 miliardi rispetto a quanti ne sono ritornati indietro. E cosa vorranno le forze progressiste in linea di principio? Ca va sans dire: bilancio più grosso e più largo (cioè con più Paesi). Insomma, pagare di più. Infine, tornando a Costa arriviamo alle sue ultime considerazioni riportate ai cronisti a proposito del fantomatico debito comune: «Lo abbiamo utilizzato durante la crisi del Covid e lo abbiamo utilizzato a dicembre per sostenere l’Ucraina». Partiamo dal famigerato Next Generation Eu da cui discende l’ormai “ipnotico” Pnrr. Con questo schema l’Italia riceve 194 miliardi. Che non sono un regalo. Perché 125 circa sono debiti da restituire. E circa 70 sono sovvenzioni a fondo perduto. Ma se ricordate come funziona il bilancio Ue, i soldi qualcuno deve metterceli e ce ne metterà anche l’Italia. È grasso che cola se relativamente a questa somma l’Italia ne metterà 55-60. Avremo quindi un modestissimo ritorno in termini di riduzione del nostro esborso netto a Bruxelles. Ma non diventiamo un beneficiario. L’importo esatto comunque ad oggi non è quantificabile neppure dalla Ragioneria generale dello Stato e dalla Corte dei conti. Se ne parlerà col nuovo bilancio pluriennale. Quanto al debito per sostenere l’Ucraina valgono due considerazioni su tutte. La prima è che Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia si sono chiamate fuori. La seconda è che quel debito non è di fatto debito comune. È solo congiunto. Ciascun Paese ne rimborserà una parte e nessuno garantirà per gli altri. Quindi è congiunto e non solidale. Come ordine di grandezza l’Italia dovrebbe essere chiamata a sborsare qualcosa come 15-20 miliardi. Insomma, tirando le fila possiamo dire due cose. La prima è che il debito comune europeo non esiste. E meno male. Consiglio non richiesto al governo di Giorgia Meloni: opporsi preventivamente per quanto più possibile a qualsiasi ipotesi di allargamento del bilancio. E anche dei Paesi partecipanti all’Ue. Perché sono soldi che escono e non ritornano. Seconda considerazione: l’unica novità emersa dal Consiglio Europeo informale di alcuni giorni fa è la riscoperta dell’istituto della cooperazione rafforzata previsto all’articolo 20 del Testo Unico dell’Ue. In pratica di volta in volta su una specifica materia non di competenza esclusiva dell’Ue, chi ci sta a fare qualcosa lo faccia senza rompere le scatole a chi non vuol starci. Come è stato appunto il caso di Ungheria, Cechia e Slovacchia col finanziamento all’Ucraina.

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